Coronavirus: uno sguardo alla geopolitica europea. Intervista al Prof. Paolo Sellari

Nell’intervista al Prof. Sellari si è cercata di focalizzare l’attenzione sui risvolti che il virus potrebbe avere nel panorama geopolitico europeo e al di fuori di esso. Molti Paesi sono accorsi in sostegno all’Italia, aiuti disinteressati e frutto di una cooperazione spontanea o piuttosto una manovra che nasconde fini politici ed economici? A questa e ad altre domande cerca di rispondere nell’articolo che segue il Prof. Paolo Sellari. Docente di Geografia Politica ed Economica, Geoeconomia e direttore del master in Geopolitica e sicurezza globale presso la Sapienza Università di Roma. Esperto di geopolitica legata al settore dell’economia e dei trasporti, è autore di diversi saggi a riguardo.

La storia dell’Unione Europea può essere divisa in due macro-periodi: pre e post 1989. È questo il momento in cui l’UE si affaccia in maniera forte sul panorama geopolitico multipolare, producendo effetti sulla politica estera delle democrazie del “vecchio continente”. Ne consegue l’urgenza di avviare un processo di adattamento a regole e strutture comunitarie, così da coordinarsi con altre organizzazioni su scala mondiale. A che punto è, a suo avviso, il processo per una effettiva incisività dell’Unione nelle dinamiche geopolitiche mondiali?

Il processo è in fase di stallo sostanziale. La proiezione esterna dell’Unione Europea si è sempre basata su una retorica semplice ma comunque efficace: l’Unione come promotrice attiva dei diritti umani e della democrazia. Le politiche di partenariato, in particolare, sono state fortemente basate su questi due punti. Si trattava di una base ipotizzabile per creare una politica comune, perché principi sufficientemente generici per essere apprezzati da tutti i paesi membri. Sebbene le azioni diplomatiche (vedi, ad esempio, i processi di apertura al dialogo in Medioriente) abbiano visto un coinvolgimento in prima linea dell’Unione, tuttavia, essa non ha mai mostrato una coerente politica di finanziamento e promozione dei diritti di cui sopra, e non ha concesso medesime aperture dal punto di vista economico ai paesi terzi (principalmente sponda sud ed estero vicino in Europa dell’Est). Più che altro i singoli paesi membri hanno agito secondo interessi di parte. Ciò ha fatto sì che all’esterno le direttive UE venissero percepite più che altro come retorica, creando la sensazione di un attore poco incisivo.

Durante l’emergenza Covid-19, soprattutto nei giorni più difficili, nei quali si temeva il collasso della sanità lombarda, molti Paesi hanno inviato materiale sanitario e team di medici in aiuto dell’Italia. Un gesto di sincera solidarietà o piuttosto una manovra che nasconde interessi politici ed economici (soft power)?

È una forma di soft power, da intendersi però non come interesse politico o economico mascherato, quanto piuttosto come strumento per creare un’immagine positiva del paese donatore. Si pensi a quanto sia stato strategico il gesto cinese in una fase in cui, per ovvie ragioni, l’immagine del paese asiatico era ai minimi storici in occidente. È stato a mio avviso una forma di cooperazione spontanea, simile a quello che accade per calamità naturali. La protezione o l’affermazione degli interessi economici seguono altre strade, probabilmente meno plateali.

L’Albania ha inviato in Italia trenta medici. Negli stessi giorni, sono stati avviati i negoziati per il suo ingresso nell’Unione Europea. Possiamo leggere in questa concomitanza temporale un tentativo di ingraziarsi la “sorella maggiore” Italia e assicurarsi un alleato nel consesso europeo?

Decisamente no. Per l’Italia l’ingresso dell’Albania nell’UE è un obiettivo fondamentale, perché significa far entrare un paese da cui è storicamente legata da ottimi rapporti, che potranno significare solide intese sui tavoli comuni a Bruxelles. Al tempo stesso un eventuale ingresso dell’Albania avrebbe significative ricadute per l’Italia: oltre agli interessi economici bilaterali consolidatisi nell’ultimo quindicennio, da un punto di vista geografico e geopolitico deve sottolinearsi come si tratti di un paese “dirimpettaio” nel Mar Adriatico, e questo creerebbe sicuramente i presupposti per la valorizzazione dell’intero bacino, strategico per il nostro paese in quanto “porta di accesso” ai mercati di una vasta area che va dalla Mitteleuropa ai Balcani.

I Paesi nordeuropei, rigoristi in economia e dalle solide finanze, non sono interessati alla creazione di uno strumento unitario di debito come i coronabond, dal momento che temono di doversi in futuro fare carico degli oneri altrui. allo stesso tempo però, gli Stati affacciati sul Mediterraneo negli ultimi anni si sono sobbarcati molteplici problemi, tra cui quello migratorio. Se la pandemia dovesse assumere proporzioni massicce nel continente africano, quali sarebbero le conseguenze per la sponda sud dell’Unione Europea e per il progresso delle politiche migratorie comunitarie?

È una domanda che investe molteplici problemi. Legare la migrazione di massa a un potenziale massiccio attacco del virus alle popolazioni africane merita una considerazione di ordine geografico. L’Africa è un continente disomogeneo, molto sfaccettato, per cui non è possibile fare un discorso unitario. Si può sicuramente sostenere, però, che molte realtà rurali sono scarsamente connesse tra loro e con i maggiori centri economici e politici del continente. Ciò comporta una minore disponibilità del virus alla diffusione e un tendenziale minore impatto. A ciò si aggiunga la scarsa mortalità in percentuale causata dal virus, ben lontana dai numeri del virus ebola. Non dobbiamo quindi immaginarci scenari catastrofici, spesso veicolati da un’informazione scandalistica. In ultimo, si consideri che la scarsa connessione, dei paesi africani al complesso economico globale fa sì che in proporzione subiranno anche minori danni dal contraccolpo economico che si produrrà invece a livello internazionale nei paesi più avanzati.

Quando questa “guerra” sarà finalmente terminata, come pensa ne uscirà l’Unione Europea a livello di prestigio internazionale, essendosi mostrata carente in quanto a coesione interna nella sua ora più buia?

Il prestigio è un problema relativo, dal momento che i fori di decisione politica non hanno mai preso in considerazione seriamente Bruxelles a livello internazionale, per il semplice fatto che le politiche estere, e questo è il vero problema, sono di fatto condotte dagli Stati membri. Il pericolo, già manifestatosi negli ultimi anni, ed evidenziatosi con la Brexit, con i nazionalismi di alcuni paesi, sarà particolarmente evidente all’interno dei Paesi, dove lo scollamento tra egoismi nazionali e incapacità del vecchio schema ordoliberista di rappresentare il senso comune europeo non garantisce prospettive confortanti. L’Europa è davvero sottoposta a interrogativi che esigono una risposta urgente, che dovrà fondarsi su programmi a medio e lungo termine in grado di trasformare il “problema coronavirus” in una fase di slancio verso obiettivi condivisi.

Pier Giorgio Serra, Francesco Toma, Dario Zamperin

Autore dell'articolo: LabEuropa

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