Brexit: quale futuro per le relazioni tra UE –Regno Unito

Brexit

A partire dalla prima settimana di marzo, in piena era coronavirus, sono cominciate le negoziazioni tra Unione europea e Regno Unito in merito alle future relazioni dopo l’ufficializzazione della Brexit. Il 31 gennaio 2020, infatti, la Gran Bretagna ha lasciato l’Unione europea e la Comunità europea dell’energia atomica (Euratom) in seguito all’approvazione dell’accordo di recesso.

L’accordo

Il 24 gennaio 2020 il Presidente del Consiglio europeo Charles Michel e la Presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen hanno firmato a Bruxelles l’accordo di recesso.

Nello stesso giorno è arrivata anche la firma del primo ministro britannico Boris Johnson. A seguito dell’approvazione da parte del Parlamento europeo riunito in plenaria e alla decisione del Consiglio relativa alla conclusione dei lavori di ratifica, l’accordo è entrato in vigore il 1 febbraio 2020. Quest’ultimo ha stabilito le condizioni di uscita del Regno Unito dall’Unione europea e ha dato inizio ad un periodo transitorio per permettere alle parti di poter negoziare le future relazioni al fine stabilire un partenariato. Il termine ultimo del suddetto periodo è previsto per il 31 dicembre 2020, salvo eventuale proroga che dovrà essere decisa in maniera congiunta entro il 1 luglio 2020.

Cosa c’è in questo momento sul tavolo negoziale?

Il partenariato riguarderebbe diversi settori strategici tra cui la cooperazione in campo economico e commerciale, un coordinamento delle autorità giudiziarie in materia penale, la lotta contro il terrorismo e la criminalità internazionale, la sicurezza, la difesa e la politica estera. Le basi di questa futura relazione sono state determinate all’interno della Dichiarazione politica congiunta del 17 ottobre 2019. A condurre le trattative per l’Unione è il francese Michel Barnier, capo della UTKF (Task Force per le relazioni con il Regno Unito).

Gli ostacoli da superare dopo la Brexit

L’Unione Europea offre al Regno Unito la sua disponibilità per la realizzazione di un area di libero scambio senza dazi né contingentamenti, in stile canadese, con il rispetto di regolamenti su procedure e settori dell’Unione. Boris Johnson, in risposta, sfoggia la sua simpatia e propone un accordo in stile australiano, un No Deal, qualora entro il mese di giugno non si raggiunga uno Special Deal tra le parti.  La tensione è alle stelle anche riguardo gli standard ambientali e la cooperazione in materia penale. Il Regno Unito non vuole riconoscere più la competenza della corte di giustizia europea in caso di controversie in difesa dei cittadini dell’Unione. Inoltre, riguardo la pesca, la Gran Bretagna non intende aprire le sue acque alle navi europee. Tutto ciò per Barnier è insostenibile in quanto i tre quarti del pescato dell’Ue proviene da quelle zone.

Brexit has been done. What Now?

Sorge spontaneo chiedersi: chi si porrà come parte leader delle negoziazioni?
Questo è troppo prematuro da stabilire. Ad oggi i negoziati presentano molti temi controversi e le parti non sembrano propense alla collaborazione. Il tutto è ulteriormente aggravato dalle sfide che le istituzioni si preparano a combattere sul piano internazionale con l’avvento del Coronavirus.  L’idea di una Hard Brexit, anche se minacciata dalla Gran Bretagna, rimane un ipotesi poco plausibile. Tutto ciò rappresenterebbe una scelta disastrosa per ambo le parti, ed il Regno Unito si troverebbe a dover fronteggiare conseguenze pesantissime sia sul piano finanziario che su quello politico.

Alessio Ghirotto, Federica Iacoboni

Autore dell'articolo: LabEuropa

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