Covid-19

Austria: spaccatura nel fronte della politica vaccinale europea

Il premier austriaco Sebastian Kurz, alla vigilia della sua visita in Israele, ha annunciato all’agenzia di stampa austriaca APA che i Paesi del gruppo first mover «in futuro non faranno più affidamento sull’Ue e, insieme a Israele, nei prossimi anni produrranno dosi di vaccino di seconda generazione per ulteriori mutazioni del coronavirus e lavoreranno insieme alla ricerca di opzioni di trattamento».
L’alleanza “first mover”, nata nell’estate del 2020, riunisce diversi Stati con lo scopo specifico di combattere congiuntamente la grande sfida della pandemia da COVID-19. Ad oggi comprende quattro tra i Paesi membri dell’Unione Europea (Austria, Danimarca, Grecia e Repubblica Ceca) e la Norvegia, ai quali si aggiungono Israele, Singapore, Australia e Nuova Zelanda.

«Europa troppo lenta con le approvazioni, alla sola Austria servono 30 milioni di dosi di vaccino»

Kurz indica nella lentezza dell’operato dell’EMA (European Medicines Agency) ed il ritardo nelle consegne previste dalle aziende farmaceutiche i fattori principali che hanno spinto il proprio Paese, assieme alla Danimarca guidata dal ministro di Stato Frederiksen, a portare avanti una politica parallela a quella comunitaria tracciata dalla Commissione Europea. Collaborare direttamente con Israele (ad oggi leader mondiale nella vaccinazione dei propri cittadini) permetterebbe di assimilare le strategie adottate dal governo Netanyahu nel contrasto alla pandemia e di elaborare congiuntamente dei vaccini di seconda generazione, efficaci contro le nuove varianti del virus. Secondo la posizione austriaca, agire in autonomia, al di fuori della cornice europea, permetterà l’acquisto di un numero maggiore di dosi in un minor intervallo di tempo, avvicinando l’agognato traguardo dell’immunità di gregge. (Tweet dell’incontro tra Kurz, Netanyahu e Frederiksen

La risposta della Commissione: “Scelta di Austria e Danimarca legittima

Attraverso il suo portavoce, Eric Mamer, la Commissione ha commentato la decisione di Austria e Danimarca di collaborare con Israele per la creazione dei vaccini di seconda generazione ricordando che ogni Stato membro mantiene la possibilità di concludere contratti anche con aziende, compagnie ed enti che «non rientrano nella strategia UE». Il portavoce ha, anzi, sottolineato l’input positivo sulla strategia vaccinale europea che può giungere da questa collaborazione. L’enorme sfida presentata dallo scoppio della pandemia da COVID-19 richiede una «risposta globale» e «le lezioni di un Paese possono essere di grande aiuto» per tutti gli Stati membri.
Alla richiesta di fornire una risposta alle critiche di lentezza indirizzate alla macchina europea dal cancelliere Kurz, Mamer ha ricordato la strategia di Bruxelles: controlli ferrei attraverso l’EMA e vaccinazione del 70% dei cittadini europei entro l’estate.

Una semplice deviazione o un cambio di rotta?

Ad oggi è impossibile prevedere se quella di Austria e Danimarca sia una decisone isolata, dettata dalla situazione emergenziale in cui riversa l’Unione Europea, o il preavviso di una volontà di maggiore autonomia rispetto alle politiche comunitarie. Ciononostante, una profonda riflessione in seno alla Commissione è indispensabile al fine di diminuire il rischio di nuove strategie indipendenti, che possano rendere vani tutti gli sforzi svolti finora per realizzare una reale politica comune.

Martina Astolfi, Stefano Cupelli, Orsetta Maria Fasolo

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