Interviste

Intervista al Prof. Massimiliano Guderzo “Solo un soggetto unico e politico occidentale europeo potrà controbilanciare e dialogare con un soggetto politico quale la Federazione Russa”.  

Quali sono le radici storiche e le necessità contingenti per una comunità europea di difesa comune? È possibile riannodare i fili con la Russia? Un interrogativo più che mai attuale, alla luce dell’aggressione russa all’Ucraina. A rispondere è il Prof. Massimiliano Guderzo, docente di Storia del sistema internazionale presso il Dipartimento di Scienze Politiche e internazionali dell’Università degli Studi di Siena.   

Professore, prima di iniziare, potrebbe fornire a chi ci legge un’articolazione storica del processo di integrazione europeo, magari con un particolare riferimento ad un ambito così delicato quale quello della difesa europea?  

Per rispondere a questa domanda credo sia necessario partire dalla distinzione tra integrazione europea e costruzione europea. La principale differenza è che un’integrazione europea c’è già prima delle due guerre mondiali ma ciò che necessariamente mancava era certamente la presenza di istituzioni che fossero in grado di rifletterla. E qui ci giunge in aiuto la sociologia con il concetto di “istituzionalizzazione”. Soprattutto c’è un’identità europea che precede l’idea stessa di integrazione; ci si sente europei in Germania, in Francia e Italia. In sintesi, anche prima della fine del secondo conflitto mondiale vi era un’integrazione europea ma mancava una costruzione europea con delle organizzazioni internazionali che fungessero da cornice. Un’ulteriore puntualizzazione risiede poi nel fatto che queste prime organizzazioni internazionali che, anzi, definirei più interstatuali nacquero sotto l’impulso, per così dire, maieutico degli Stati Uniti che per i loro scopi all’interno del grande progetto rooseveltiano, ritennero necessario che dall’altra parte dell’Atlantico non ci fossero degli stati in competizione. Con molta probabilità se gli Stati Uniti non avessero premuto per avere una risposta collettiva anziché bilaterale alle loro iniziative noi non avremmo avuto le prime organizzazioni interstatuali europee. In particolare, quella che nacque nel 1948, l’OECE nacque come risposta a quello che gli Stati Uniti volevano ovvero favorire un’iniziativa collettiva dei paesi europei. Tuttavia, mancava ancora quel salto di qualità che arrivò soltanto il 09 maggio 1950. Quell’anno rappresentò la vera e propria rivoluzione perché dalla Francia, Germania, Italia e Benelux, paesi retti da statisti ispirati a forti ideali, comparve per la prima volta il concetto di sopranazionalità. Ecco perché, precedentemente, ho tenuto a puntualizzare il concetto di organizzazioni interstatuali. Schuman proprio il 09 maggio indicò con chiarezza come il punto d’arrivo fosse la nascita di una federazione europea. Infatti, la CECA nata da un semplice discorso, poi trasformatosi in un negoziato e infine in un tradizionale trattato intergovernativo produsse un salto verso la creazione di organismi sopranazionali. L’istituzione che prese vita fu proprio l’Alta autorità, dotata di poteri straordinari. Proprio da questa esperienza, maturò poco dopo la decisione di costituire una Comunità europea di difesa.
Negli anni ’50 di fronte una difficile situazione internazionale con l’URSS che infranse il monopolio nucleare e riuscì a saldare un’alleanza con la Cina, si verificò quello che fino a poco tempo prima sembrava impossibile ovvero si concepì l’idea di una sopranazionalità di un controllo sulle forze armate, di una difesa integrata sopranazionale europea. Venne negoziato un trattato istituito e firmato, nel maggio 1952, dagli stessi membri della CECA. Ora, anche solo la firma del trattato fu davvero un successo e forse, gli europeisti più ottimisti pensarono “forse ce l’abbiamo fatta a costruire un’unione politica”. Questo perché proprio il trattato istitutivo conteneva un articolo, il celebre art. 38, che avrebbe istituito un’assemblea ad hoc con il compito di studiare un progetto costituzionale di una comunità politica europea. Purtroppo, però fu proprio la Francia ad affossare un tale progetto in quanto l’Assemblea nazionale non approvò il trattato istitutivo. Da quel fallimento sappiamo quanto la costruzione europea abbia sofferto e soffra. Tuttavia, nelle intenzioni originarie di Schuman e degli altri “padri dell’Europa” non vi era l’idea di un’Europa che potesse correre il rischio di trovarsi “in mezzo al guado” nel corso delle crisi, perché si sa che quando ci si trova in mezzo al guado, si rischia di annegare con l’arrivo di un’ondata. Noi europei dal 1950 ad oggi ci siamo trovati a metà del guado e riusciamo sempre a farci sorprendere dalle crisi ed è quello che è successo proprio con l’avvento della crisi ucraina. Quello che non si è riusciti a fare all’epoca, che definirei “magica”, degli anni ’50 ovvero il vero “salto” della costruzione politica dell’Europa, ha fatto si che ci si potesse accontentare solo della costruzione economica nella speranza che si creasse una maggiore interdipendenza politica per una gestione sovranazionale di risorse comuni. 



Secondo lei, alla luce delle considerazioni sopra esposte, l’integrazione euroccidentale e la nascita del Patto Atlantico quanto hanno influito e influiscono sulla contemporanea volontà (e potremmo aggiungere necessità) da parte degli Stati europei di dar vita ad un’autonoma comunità di difesa? 

Per rispondere a questa domanda è necessario far riferimento al sostegno degli Stati Uniti all’integrazione europea che, come si è già visto, fu molto incalzante. Questi furono sempre protesi a recepire le proposte europee, almeno fino al 1968. Ad esempio, di fronte alla paventata possibilità di un’adesione tedesca alla NATO, gli alleati europei cercarono di temporeggiare sostenendo invece la costituzione di una comunità di difesa europea. E dunque gli Stati Uniti, inizialmente scettici, si convinsero a sostenere una tale proposta tanto che Eisenhower si spinse ad auspicare la costituzione degli Stati Uniti d’Europa. Un atteggiamento poi perpetuatosi anche nelle amministrazioni successive, vedasi Kennedy che, nel 1962, avanzò l’ipotesi di un partenariato atlantico per una condivisione del carico di responsabilità, utile a guidare il mondo libero. Però, e questo lo possiamo affermare con sufficiente chiarezza, forse proprio la sicurezza di questo appoggio fecero si che la CED dovesse attendere tempi più maturi. Dal momento che la Francia si ritirò dal progetto CED, questa sapeva bene che era presente una rete atlantica di protezione. Allora potremmo dire che avere questa rete di protezione non ha giovato al momento critico della costruzione europea. L’avere un “piano B” ha sempre impedito la nascita di una comunità europea sufficientemente coesa. Questo però non nel senso che gli Stati Uniti si fossero opposti perché, come si è visto, il concetto era certamente molto più sfumato. 

Alla luce del contesto internazionale odierno, quanto è possibile e su quali prospettive secondo Lei è possibile basare un rinnovato dialogo tra Europa e Federazione russa? 

Per affrontare un tema così delicato credo sia utile partire da alcuni episodi verificatisi nel corso degli anni Novanta. Noi sappiamo bene che, Michail Gorbačëv, ultimo leader dell’URSS, contribuì a cambiare il mondo grazie alla sua politica di distensione nei confronti degli Stati Uniti. Grazie a lui fu possibile percorrere la via che portò poi alla fine della Guerra fredda e al crollo del muro di Berlino. All’epoca, Gorbačëv lanciò una nuova formula, rivoluzionaria aggiungerei, sulla quale basare le relazioni fra Europa e l’allora URSS. La divisione fra le due metà d’Europa poteva essere superata attraverso l’edificazione di una Casa comune europea. Un’idea che nasceva dalla consapevolezza della necessità di mettere insieme le forze dell’URSS con quelle del progetto di costruzione euro-occidentale. Oggi possiamo renderci conto di quanto in realtà quella prospettiva sia rimasta sullo sfondo. È un’idea che nel tempo è rimasta sullo sfondo. Tuttavia, io ritengo che la vera scommessa di oggi è proprio quella di riuscire a costruire un’interdipendenza basata su un salto di fiducia tra un soggetto occidentale e la Federazione Russa. Tuttavia, nessuno in Europa è in grado di controbilanciare la forza di un paese come la Russia. Solo un soggetto unico e politico nell’Occidente europeo potrà controbilanciare e dialogare con un soggetto politico quale la Federazione Russa. Altresì, bisogna riconoscere che questa è semplicemente un’illusione in assenza di una federazione europea. Però, il mio ottimismo di fondo ancora mi dice di continuare a provarci. 

Francesco Corimbi, Roberta Calisti 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.