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Polonia, muri divisivi e guerre sanguinose: la storia si ripete

Nelle settimane scorse la Polonia ha ultimato la costruzione dei primi 50 chilometri di muro sul confine con la Bielorussia per limitare l’immigrazione sul proprio suolo e su quello europeo. Così, lo scorso 5 maggio i membri del Parlamento Europeo si sono riuniti in sessione plenaria per dibattere la questione del muro polacco, esprimendo le diverse posizioni politiche e sociali a riguardo. 

Solidarność, Polonia!

Prima di tutto, una premessa. L’accoglienza e l’assistenza del governo polacco per i milioni di rifugiati provenienti dall’Ucraina rappresenta quanto di più lodevole e degno di una Nazione liberale e rispettosa del diritto comunitario e internazionale. Tutto questo assume un significato ancora maggiore se si considera che recentemente la stessa Polonia non ha dimostrato confortanti indici di democraticità. La dura posizione polacca sul rafforzamento della legge contro l’aborto dell’ottobre 2020, infatti, ha rappresentato un’evidente regressione democratica, rendendo, di fatto, Varsavia più simile a Budapest, che a Bruxelles o alle altre capitali europee in termini di libertà costituzionali garantite ai propri cittadini. 
Poi, un cambio di rotta inaspettato. Con l’inizio dell’invasione russa della vicina Ucraina, il Presidente polacco Duda ha dimostrato un’inattesa disponibilità ad accogliere una parte consistente dei milioni di ucraini in fuga.
Così come quarant’anni fa con Solidarność, ancora una volta la parola “solidarietà” era tornata a riecheggiare nelle città polacche, tanto da convincere gli altri Paesi a fare lo stesso. La Moldavia, ad esempio, pare che abbia accolto finora oltre 400.000 ucraini, un numero equivalente al 10% della propria popolazione.
Ma l’Europa non aveva ancora visto la vera faccia della Repubblica di Polonia.

Polonia: due facce della stessa medaglia

Il prolungarsi del conflitto, infatti, ha fatto tornare in auge l’estrema intransigenza dell’attuale esecutivo di Varsavia, che ha sì concesso l’asilo a moltissimi profughi di guerra dall’Ucraina, ma ha anche da poco cominciato i lavori del muro che si estenderà per circa 186 km attraverso la foresta Bialowieza, al confine con la Bielorussia, per limitare l’immigrazione in Europa. Un progetto ideato e reso pubblico qualche mese fa, in risposta al dittatore bielorusso Lukashenko, che, pur di mettere pressione a Bruxelles, aveva minacciato di riversare in Europa orde di migranti provenienti dal Medio Oriente. A questo proposito, altri 11 Paesi (Austria, Bulgaria, Cipro, Danimarca, Estonia, Grecia, Ungheria, Lituania, Lettonia, Slovacchia) hanno sottoscritto la necessità di proteggersi dal pericolo di flussi migratori incontrollati, facendo persino richiesta di attingere ai fondi europei per erigere altre barriere fisiche. 

La risposta dell’Europa è stata e sarà sufficiente?

Le risposta dell’UE è stata, ovviamente, negativa. Ma ciò non ha impedito alla Polonia di agire unilateralmente con la costruzione di quello che è stato definito “il muro della vergogna”. Inoltre, sebbene nei mesi precedenti il Consiglio Europeo abbia indirizzato un pacchetto di sanzioni verso il regime bielorusso di Lukashenko, per la violazione di diritti umani e per la strumentalizzazione dell’immigrazione, non risulta, ad oggi, alcuna sanzione diretta al governo polacco per il piano.
In un evidente clima di tensione, lo scorso 5 Maggio, il Parlamento Europeo si è riunito in sessione plenaria a Strasburgo, dando voce alle diverse posizioni dei gruppi parlamentari. Mentre la sinistra ha quasi omogeneamente condannato l’episodio ponendo in evidenza le violazioni in ambito di diritti umani, ambientali (nello specifico dell’art. 6.3 della direttiva habitat) e in materia identitaria, i partiti di destra hanno confermato la propria posizione fortemente contraria all’immigrazione clandestina. Al punto da sostenere la scellerata decisione di Varsavia motivandola con le più classiche ragioni di sicurezza nazionale e di libertà nell’attuazione di politiche interne. Emblematico il caso dell’eurodeputato bulgaro Angel Dzhambazki, che ha tirato in ballo anche la questione propagandistica di Putin, dichiarando che “l’Europa dovrebbe essere grata alla Polonia, protettrice dei confini europei, invece di credere alla propaganda di Putin”.

Al termine della sessione l’Unione ha promesso di impegnarsi a fondo per porre rimedio alla situazione creata, ma un fatto è chiaro: oggi, come nel 2015, è in atto una vera e propria discriminazione verso i migranti, che, evidentemente, non sono percepiti e trattati dalle nazioni allo stesso modo

Enrico Tommaso Larganà

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