Interviste

Puntare su un’educazione europea: intervista al prof. Marco Fioravanti

Marco Fioravanti attualmente è professore associato di Storia del diritto Medievale e Moderno del Dipartimento di Giurisprudenza presso l’Università degli studi di Roma Tor Vergata, dove insegna anche Storia delle istituzioni politiche e Storia del diritto medievale e moderno. Inoltre, ricopre il ruolo di referente per il programma Erasmus del corso di laurea in Scienze dell’Amministrazione e delle Relazioni Internazionali, nonché direttore di programma al Collège International de Philosophie di Parigi.
Con questa intervista il professor Fioravanti ha risposto ad alcune domande per quanto riguarda l’Europa, dalla sua formazione, al progetto Erasmus, alle conseguenze della crisi da Covid 19.

A ottant’anni dalla pubblicazione del Manifesto di Ventotene, base della formazione europea, l’Europa si trova ancora una volta a fronteggiare una crisi di proporzioni inaspettate. Quanto crede che ad oggi i sentimenti del tempo possano ancora rispecchiare lo spirito europeo?

In Francia parallelamente a Ventotene, c’è un autore forse poco conosciuto, ovvero Romain Gary, apparentemente minore come personaggio ma interessante. Vicino a Charles De Gaulle, eroe della resistenza francese, questo personaggio che partecipò anche al movimento della “Francia libera”, negli stessi anni del manifesto italiano, scrisse un romanzo intitolato “Educazione europea” pubblicato nel 1944, ambientato in Polonia. Non è affatto una «œuvre de jeunesse», bensì una delle sue opere più importanti. A scriverlo non era un intellettuale o un militante politico, come fu per Ventotene, ma un militare laureato in giurisprudenza che parlò di alcuni adolescenti che partecipano a modo loro alla resistenza polacca. Si evince un messaggio importante, una ricostruzione europea post-guerra portata avanti dai bambini che “sognano un’Europa senza bombe senza confini, senza esclusioni e senza nazioni, in cui le province diventeranno capitali e le capitali province” (Gary R.). Oggi diamo per scontate tante cose come la pace, ma grazie a questa, da oltre Settant’anni, un ragazzo tedesco che vive in Germania non odia più il collega francese come era un tempo. Le costituenti di allora non avevano certo in mente tutta la formazione che oggi conosciamo, ma volevano fortemente una cosa: che l’Europa smettesse di farsi la guerra per creare uno spazio di pace. Importante è sicuramente anche il progetto Erasmus, che permette ai giovani di creare legami oltrefrontiera, legami che costruiranno una solidità comunitaria ulteriore. Il professor Fioravanti sostiene che le istituzioni pubbliche vanno costruite dal basso, possibilmente dai giovani, «sono i ragazzi che fanno e faranno l’Europa».

Questo periodo oltre a mettere in luce il bisogno dell’entità europea per i singoli stati che ne fanno parte ha sottolineato anche la poca conoscenza di molti in materia. Da docente e responsabile Erasmus, quanto crede che progetti come questo favoriscano un migliore dialogo europeo?

Si parla tanto dell’Europa, ma non si sa bene di cosa si parla, le nazioni e le popolazioni non hanno ben chiaro cosa e come funzioni e quando se ne parla è sempre in un’ottica nazionalista molto limitato. «Si dovrebbe piuttosto ribaltare la situazione pochi poteri ai parlamenti nazionali a favore di più potere per il parlamento europeo, mentre siamo ancora all’anno zero in questo contesto», stessa idea di base espressa nel progetto federalista del Manifesto di Ventotene. Oggi questo progetto non conosce una sua vera affermazione, questo perché la sovranità nazionale ancora non ha perso la sua connotazione negativa, a favore di un progetto di un organo sovrannazionale al vertice.

La pandemia da Covid19 ha messo a dura prova tutto il sistema europeo nell’ultimo anno, dimostrando anche forse tutte le sue sfaccettature, punti forti, come anche debolezze. La pandemia cosa ha rappresentato in questi termini?

I limiti all’integrazione europea, impliciti altri espliciti, ce ne sono e ce ne sono sempre stati soprattutto se pensiamo al progetto incompiuto della costituzione europea, una grande sconfitta.
La pandemia in parte ci ha fatto riscoprire, soprattutto con le ultime generazioni, il bisogno della pace. Sono state sollevate alcune libertà in favore di un bene comune molto più importante, non la libertà al singolare, ma molte altre, come la libertà di movimento, di vivere alcuni momenti della nostra quotidianità. Questa situazione, tragica certamente, ci invita però anche a riflettere su quanto l’Europa sia un bene necessario, vitale per ogni stato che ne fa parte, perché «tornare agli stati nazionali è impossibile, se torniamo indietro troviamo dei gusci vuoti». Si può ancora credere nel nazionalismo, ma ciò inevitabilmente ci porterebbe a tornare indietro, in un contenitore nazionale che non rappresenta più molto. La realtà mondiale attuale è ben altra, in un mondo interconnesso e in continua evoluzione, dove flussi di persone si spostano per lavoro, giovani studiano all’estero, migranti che arrivano in cerca di lavoro e pace in Europa, pensare ancora in un contesto di barriere e chiusure non è plausibile. Ad esempio, anche nella sfida ai vaccini l’Europa ha dimostrato di essere ancora un competitor valido in un contesto globale. Se tutta la questione di approvvigionamento dei vaccini fosse stata gestita singolarmente dagli stati, sarebbe stato molto più disastroso. Dunque, l’Unione ancora è uno strumento valido, ma «insisto la pandemia ha mostrato altri limiti dell’Europa», decisionali, di legittimazione, di capacità contrattuale. Da questi problemi però bisogna ripartire e migliore, superandoli insieme.

Negli ultimi anni sempre più movimenti/partiti nazionalisti e populisti stanno prendendo piede nel mondo. In “Questa Europa è in crisi”, Jurgen Habermas aveva trovato un colpevole di questo declino della democrazia ed aveva puntato il dito direttamente alla sinistra progressista che, non riuscendo a carpire i bisogni dell’elettorato, lascia spazio al populismo. Lei condivide la teoria del teorico tedesco, soprattutto per quanto riguarda il futuro dell’Europa?

Riportando le parole del celeberrimo Niccolò Machiavelli «La cagione è, perché la natura ha creati gli uomini in modo che possono desiderare ogni cosa, e non possono conseguire ogni cosa». Sono i democratici progressisti cagione dei populismi, hanno lasciato spazio allo sviluppo ed avanzata dei populismi e movimenti nazionalisti non essendo in grado di cogliere il risentimento e malessere, nei cambiamenti sociali degli ultimi anni. I partiti tradizionali della sinistra sono scomparsi già da venticinque anni. Le conquiste civili di convivenza in Europa hanno iniziato ad arretrate da quando i partiti progressisti hanno iniziato a non occuparsi più delle persone disagiate.
Abdicando la propria funzione a qualcun altro, questo se ne potrà appropriare in modo anche peggiore. La modernità è un progetto incompiuto e l’Europa è come la modernità se noi abdichiamo all’idea che si possa realizzare la modernità lasciamo spazio agli antimoderni, che sono gli intolleranti, coloro che vogliono rinchiudersi in dei confini. Dobbiamo lavorare per la modernità, per l’Europa e ci servirà almeno una generazione. «A voi giovani vi aspetta una traversata nel deserto per rimettere le coordinate giuste ed uscire da questa impasse. Per ricostruire i fondamentali che abbiamo perso, può essere utile ricominciare dalla letteratura. Romain Gary ci ha insegnato a non disperare mai, lui che non aveva disperato neanche sotto i nazisti, e questo lo auguro ai giovani e puntare su una cosa l’educazione, la battaglia la si gioca dall’elementari all’università, un’educazione europea».

Benedetta Gagliassi

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