Politica & Attualità

Le sfide della politica commerciale dell’Unione

Quadro normativo e problematiche

Il tema della politica commerciale dell’Unione Europea è uno dei più discussi e allo stesso tempo rilevanti, nell’ottica di un mondo globalizzato, in cui i partenariati di tipo commerciale vanno oltre il mero accordo, costituendo delle vere e proprie alleanze fra stati.
Tale questione presenta in linea di principio due problematiche: una di metodo, relativa alla competenza di concludere tali accordi, impegnando successivamente gli stati membri ad una effettiva ratifica; una di merito, relativa alla eventuale incompatibilità con altri trattati commerciali già conclusi singolarmente dagli stati.
Ai sensi dell’articolo 3 TFUE, la politica commerciale comune è un settore di esclusiva competenza dell’Unione. Gli accordi che ne derivano, sono negoziati dalla Commissione e successivamente approvati da Consiglio e Parlamento seguendo la procedura ordinaria, come ampiamente spiegato dalla sezione del TFUE dedicata a tale tematica.

Il ruolo del Consiglio


Inoltre, per quanto riguarda la politica commerciale comune, il Consiglio tendenzialmente si pronuncia a maggioranza qualificata, tuttavia deve deliberare all’unanimità nei casi specificati dall’art. 207.4 TFUE.
Ultima questione, forse la più importante: è ovviamente il Consiglio che, a seconda della maggioranza necessaria di questione in questione, decide se firmare o meno un accordo commerciale, ed eventualmente procedere ad un’applicazione provvisoria, tuttavia sono gli stati a dover successivamente ratificare l’accordo perché se ne producano gli effetti sugli ordinamenti interni in via definitiva.
Tale procedura può durare anni e per quanto l’Unione, con i suoi oltre 400 milioni di abitanti, sia considerata un partner commerciale molto importante, rende la questione estremamente complessa e farraginosa, ma soprattutto, vittima di eventuali cambi di linea politica da parte dei singoli stati.
Una questione rilevante, infine, è legata al fatto che sia l’Unione Europea, sia ciascuno stato membro, possiede una rappresentanza presso l’Organizzazione Mondiale del Commercio e quindi ciascuno di essi si pronuncia, a seconda della materia, sulle questioni di sua competenza. Ciò spesso crea una sclerosi e non necessariamente una precisa unità di intenti da parte degli stati europei.

Canada e Unione europea: il CETA

Un caso che ha avuto una certa rilevanza negli ultimi anni, è quello del CETA (Comprehensive Economic and Trade Agreement), accordo commerciale concluso tra Canada ed Unione Europea ed entrato in vigore in via provvisoria nel 2017, in attesa della ratifica da parte dei Parlamenti nazionali di ciascuno stato. Tale accordo prevede l’eliminazione del 98% dei dazi tra Unione Europea e Canada, creando anche possibilità di partecipazione delle imprese europee e canadesi ai rispettivi appalti pubblici. La contrattazione del trattato è stata molto complessa, i negoziati sono cominciati nel 2009 ed hanno incontrato la resistenza degli europei, principalmente sulla protezione dei prodotti ad indicazione geografica protetta (IGP). Attualmente è stato ratificato da 13 paesi membri su 27, tra cui non vi è ancora l’Italia.
Il dibattito sul CETA in Italia è fermo da ormai tre anni, da quando nello specifico, il governo gialloverde aveva deciso di non ratificarlo, salvo poi rinviarne più volte la discussione. Ad oggi non sembra un argomento all’ordine del giorno, nonostante, secondo gli ultimi dati disponibili risalenti a gennaio 2020, forniti dal Ministero degli Esteri, la sua applicazione provvisoria, abbia provocato un aumento delle esportazioni considerevole in diversi settori economici italiani.

Stati Uniti e Unione europea: il TTIP


Altro caso piuttosto interessante è quello del TTIP (Transatlantic Trade and Investment Partnership), trattato di libero scambio tra Unione Europea e Stati Uniti. La negoziazione è cominciata nel 2013, ma si è bloccata nel 2016 in virtù della nuova linea impressa alla politica commerciale statunitense da Donald Trump. Secondo molti opinionisti, i negoziati potrebbero riprendere con l’amministrazione Biden.
Se fosse concluso, il TTIP, creerebbe la più grande area di libero scambio del mondo in termini di dimensioni delle economie che vi partecipano.

Oltre i confini dell’Ue

Il 15 novembre 2020 i Paesi dell’ASEAN (Association of South-East Nations) hanno concluso con Australia, Cina, Giappone, Nuova Zelanda e Corea del Sud, un accordo chiamato RCEP (Regional Comprehensive Economic Partnership), creando la più grande area di libero scambio al mondo, comprendente circa il 30% della popolazione mondiale e del PIL.
Gli accordi di libero scambio generano spesso polemiche sia tra i cittadini, sia all’interno del mondo accademico e politico, per la loro presunta incapacità di tutelare consumatori e lavoratori, come sottolineato dall’economista premio Nobel Joseph Stiglitz a proposito del TTIP. D’altro canto, il mondo va sempre più verso una maggiore integrazione commerciale, perciò appare opportuno quantomeno ricominciare a discutere di queste tematiche, poiché certamente l’Unione Europea non può rimanere ferma rispetto al resto del mondo. Con la fine dell’amministrazione Trump e la ritrovata vena europeista di molti governi europei, appare plausibile che si paventino nuove possibilità di integrazione commerciale. Verranno colte?

Hani El Debuch, Mario Greco, Lorenzo Modiano

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

LabEuropa
Panoramica privacy

This website uses cookies so that we can provide you with the best user experience possible. Cookie information is stored in your browser and performs functions such as recognising you when you return to our website and helping our team to understand which sections of the website you find most interesting and useful.