Pesco, «Con Lisbona si rafforza la cooperazione in materia di difesa». L’intervista a Nicoletta Pirozzi, responsabile IAI “Ue, politica e istituzioni” (prima parte)

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A che punto è il processo di integrazione in materia di difesa? A spiegarlo è Nicoletta Pirozzi, docente del Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università Roma Tre e responsabile del programma “Ue, politica e istituzioni” dell’Istituto Affari Internazionali, che ha condotto ricerche scientifiche proprio negli ultimi due anni sul tema della cooperazione strutturata permanente (Pesco), che rappresenta un passo fondamentale per l’Unione europea in questo settore.

Nel caso della Pesco si parla di una cooperazione rafforzata. La base giuridica risiede nei Trattati e in realtà conosciamo già esperienze di questo tipo in altri settori. Ci sono elementi che permettono di considerare la Pesco come un’eccezione?

Da questo punto di vista, la Pesco è molto innovativa. La possibilità per gli Stati membri dell’Ue di portare avanti cooperazioni rafforzate era già prevista dai Trattati e col passare del tempo era stata estesa anche alle materie attinenti alla politica estera, che come sappiamo sono le più sensibili per gli Stati e che, nonostante le riforme, sono rimaste di natura più squisitamente intergovernativa e soggette all’unanimità in sede decisionale. La Pesco è molto interessante perché per la prima volta con il Trattato di Lisbona, in particolare agli articoli 42 e 46 del Trattato sull’Unione europea, si prevede la possibilità di realizzare una cooperazione strutturata permanente nel settore della difesa, cosa che era assolutamente esclusa nei Trattati precedenti.

Quali sono gli elementi caratterizzanti di questo tipo di cooperazione strutturata permanente?

In primo luogo, non è necessario un numero minimo di Stati membri partecipanti e questo la differenzia dalla cooperazione rafforzata (che invece ne richiede almeno nove, nda). In secondo luogo, per la prima volta si introduce una deroga alla regola dell’unanimità nel settore della difesa, poiché nell’ambito Pesco le decisioni vengono prese a maggioranza qualificata. Questo è in linea, infatti, con il riconoscimento del fatto che nel settore della difesa a 28 (o a 27), è diventato sempre più difficile giungere a decisioni consensuali ed è quindi necessario esplorare forme, sia istituzionali che politiche, diverse per rendere l’Unione europea un attore credibile nell’ambito della difesa.

 Attualmente, quanti Stati hanno aderito?

Per ora 25 (tutti i membri dell’Ue, eccetto Danimarca, Malta e Regno Unito, nda), e questa è un po’ la forza, ma anche la debolezza della Pesco.

Perché?

Inizialmente questo progetto era nato con l’idea di coinvolgere gli Stati più volenterosi e più capaci. Però siamo arrivati ad una situazione in cui la quasi totalità degli Stati membri fa parte della Pesco. Questo significa che, da una parte, il progetto ha avuto successo, quindi gli attori che in principio avevano preferito rimanerne fuori– anche per evitare di essere marginalizzati – hanno poi deciso di un unirsi al gruppo di testa. D’altra parte, tuttavia, questo rischia di annacquare la Pesco stessa, che originariamente prevedeva come criteri d’ingresso impegni per la realizzazione di obiettivi piuttosto ambiziosi. Con un numero di Stati partecipanti così alto si rischia di perdere questa incisività.

Come è nato il progetto?

I due principali promotori sono stati la Germania e Francia, che hanno dibattuto a lungo sul dilemma indicato in precedenza tra inclusività e efficacia. Mentre la Francia ha sempre voluto una Pesco molto ambiziosa, che avesse come obiettivo di dotare l’Ue di capacità effettive nella difesa, la Germania aveva come idea un progetto quanto più inclusivo possibile.

Quali sono gli obiettivi principali della Pesco?

Gli obiettivi sono stati individuati all’interno dei Trattati e sono due: dotare l’Ue di capacità efficaci ed effettive nel settore della difesa; creare le premesse per sostenere interventi militari rapidi ed efficaci. In particolare il riferimento è alla cooperazione nello sviluppo di armamenti e all’operatività dei battle groups.

Veronica Conti

Autore dell'articolo: Veronica Conti

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