Relazioni esterne

Kosovo: luci e ombre verso l’integrazione europea

Il punto sulla situazione del Kosovo

Il 14 febbraio 2021 si sono svolte in Kosovo le elezioni parlamentari che hanno sancito la schiacciante vittoria del partito nazionalista di sinistra “Vetevendosje” con quasi il 50% dei voti validamente espressi. Il leader del partito Albin Kurti, eletto Primo ministro, ha lasciato intendere attraverso varie interviste e dichiarazioni che il dialogo tra Pristina e Belgrado non costituisce uno dei principali obiettivi della politica estera, ma ha allo stesso tempo reso noto che l’Ue rappresenta un punto di riferimento fondamentale per i Balcani occidentali. Il potenziale allargamento dei Paesi appartenenti a tale area in ottica Ue  risulterebbe peraltro, sempre secondo Kurti, un traguardo epocale sia per la crescita dei Balcani che per quella dell’Unione europea stessa.

Le palesi contraddizioni

Pensare che il problema della difficile convivenza tra Kosovo e Serbia sia slegato dalla questione dell’allargamento sarebbe sbagliato. Se all’indomani della propria vittoria Kurti ha annoverato tra le priorità il processo di integrazione europea, è pur vero che la cronica instabilità dei rapporti con la Serbia rischia di costituire nuovamente un grave ostacolo per l’adesione all’Unione europea. Attualmente infatti il Kosovo figura come Stato potenzialmente candidato, avendo soddisfatto solo una parte dei criteri di adesione richiesti da Bruxelles, più comunemente conosciuti come “Criteri di Copenaghen”.
In effetti la conditio sine qua non per procedere con passo spedito verso l’allargamento sarebbe proprio da individuare nell’utopica, almeno oggi, e definitiva intesa tra Belgrado e Pristina sullo status del Kosovo. Nonostante l’avvio a partire dal 2013 della normalizzazione dei rapporti tra Serbia e Kosovo, il primo rimane fermo della volontà di non voler riconoscere giuridicamente il secondo, negando peraltro le proprie responsabilità in merito agli eccidi commessi in occasione della Guerra del Kosovo nel biennio 1998-1999. All’interno di questo contesto si può facilmente dedurre come la situazione possa incontrare nuovamente uno stallo: se all’intransigenza serba si somma l’integralismo nazionalista che caratterizza la figura del neo Primo ministro kosovaro Kurti, il margine di sbocco da questa impasse  risulta fortemente ridotto.

Cosa ha fatto in passato e cosa può fare oggi l’Ue

L’Unione europea è stata probabilmente la principale protagonista “straniera” ad essersi mossa per facilitare i rapporti tra Kosovo e Serbia, grazie alla missione EULEX e all’attività del SEAE, presieduto dall’alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza. Sforzi diplomatici che hanno dato i loro frutti grazie al raggiungimento nel 2013 dei cosiddetti Brussels Agreements con cui Belgrado e Pristina hanno stabilito nei rispettivi territori uffici di collegamento, liaison office, non potendo aprire formalmente ambasciate vista l’assenza del requisito fondamentale del mutuo riconoscimento. La mediazione dell’Ue è stata dunque determinante e continua ad esserlo, nonostante il clima ostile che serpeggia costantemente tra i due Paesi balcanici. L’ulteriore step che l’Ue dovrebbe ora compiere riguarda convincere i cinque Stati membri Grecia, Spagna, Slovacchia, Cipro e Romania affinché procedano al riconoscimento del Kosovo. Qualora ciò si verificasse probabilmente si registrerebbero notevoli passi in avanti anche sull’asse Belgrado-Pristina-Bruxelles. Nel frattempo segnali confortanti arrivano dalle parole di Josep Borrell, attuale alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, ottimista circa una intesa definitiva.

Kosovo: 2021 possibile svolta?

A proposito del necessario allineamento dei cinque Stati membri al riconoscimento del Kosovo, sembra essere in programma nel mese di marzo una votazione del Parlamento europeo in sede plenaria per cercare di superare questo stallo. Tuttavia l’evidente intransigenza di Spagna e Grecia su tutti  non appare confortante. Qualora tali Stati membri rimanessero della propria posizione, l’unico barlume di speranza sarebbe allora un alleggerimento delle posizioni di Albin Kurti nei confronti della Serbia, anche se molto dipenderebbe ovviamente dal primo ministro serbo Ana Brnabić. Seppur le premesse politiche di Kurti sembrino abbastanza chiare, è altrettanto vero che dal suo insediamento come primo ministro è trascorso esattamente un mese. Forse è ancora presto per essere ottimisti, ma lo stesso può dirsi per l’essere pessimisti. Il tempo  può sempre riservare piacevoli sorprese e vedremo se quel Kosovo che Kurti ha tanto a cuore sceglierà di mettere da parte l’orgoglio per l’amore dell’Europa e del proprio futuro.  

Adriano Bellucci

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