Relazioni esterne

Myanmar: approvate le sanzioni per i responsabili del colpo di Stato

Il 22 marzo il Consiglio ha imposto misure restrittive a undici persone responsabili del colpo di Stato militare organizzato in Myanmar il 1° febbraio 2021 e della repressione militare contro i manifestanti pacifici.
Dieci delle undici persone sanzionate appartengono ai ranghi più alti delle forze armate del Myanmar, note come Tatmadaw, tra cui il comandante e il vice comandante in capo del Tatmadaw, Min Aung Hlaing e Soe Win. L’undicesimo sanzionato è il presidente della Commissione elettorale per il suo ruolo nell’annullare i risultati delle elezioni del novembre 2020.
Josep Borrell, Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, ha twittato “Our message to the junta: stop the violence, release detainees, engage in dialogue”.

Nella sua scorsa risoluzione, il Parlamento europeo aveva espresso solidarietà e sostegno al popolo del Myanmar nella sua lotta pacifica e legittima per la democrazia, la libertà e i diritti umani. Aveva anche condannato il colpo di Stato organizzato dalle forze armate che avevano così assunto il potere legislativo, esecutivo e giudizio del governo, arrestando Presidente, il Consigliere di Stato e una serie di funzionari del governo.

L’apertura democratica del Myanmar

Negli ultimi 10 anni, il Myanmar aveva ottenuto importanti risultati nel processo di apertura alla democrazia. Per il Parlamento europeo, questa apertura era riconducibile alla necessità di uno sviluppo economico del paese, dal momento che subiva da tempo severe sanzioni internazionali a causa del suo regime militare e della sua pessima situazione in materia di diritti umani.
Questa valutazione può sembrare veritiera se si considera il fatto che in seguito ad alcune riforme democratiche introdotte, alcune sanzioni internazionali erano state lentamente revocate, consentendo al Paese di avviare uno sviluppo economico a vantaggio della gran parte della popolazione del Myanmar. Il colpo di Stato, violando la costituzione birmana e imponendo restrizioni liberticide alla popolazione, ripristina la situazione precedente ai processi di democratizzazione.

Il sostegno dell’UE al Myanmar

Secondo quanto riportato da una relazione della Corte dei conti, l’Unione europea, già dal 2013, sostiene politicamente e finanziariamente il processo di transizione democratica del Myanmar. L’UE, infatti, aveva revocato le sanzioni che gravavano sul governo birmano, ad eccezione dell’embargo sulle armi.
Nel regime Everything but Arms (EBA) – prevede una serie di agevolazioni tariffarie a favore di tutti i prodotti importati nell’UE dai paesi sottosviluppati, ad eccezion fatta per gli armamenti – il Myanmar beneficia di certe preferenze commerciali. Tutto ciò gli consente l’accesso al mercato unico dell’UE e la continuazione del rapporto di fiducia e cooperazione con l’Europa.
Ma il sostegno europeo non si ferma qui. Nel 2015, l’UE ha firmato, in veste di testimone internazionale, l’accordo di cessate il fuoco a livello nazionale tra alcuni gruppi militari composti su base etnica, a dimostrazione del suo ruolo attivo nel sostenere il processo di pace. L’allora Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, Federica Mogherini, si era congratulata con le parti in lotta per la forza di volontà dimostrata nel voler mettere da parte i conflitti per avviare il dialogo e la cooperazione.

Le violazioni dei diritti umani da parte del Tatmadaw

La Birmania ha un lungo passato di violazioni dei diritti umani, in particolare a danno della minoranza musulmana – i Rohingya – che il governo non ha riconosciuto come gruppo etnico del paese, e pertanto, costretto all’apolidia.
Le violenze non si sono fermate, ma sono sfociate, già dal 2017, in atrocità, definite dall’allora Alto Commissario ONU per i diritti umani – Zeid Ra’ad Al Hussein – come“a textbook example of ethnic cleansing”. Queste azioni hanno così portato a un esodo massiccio di rifugiati verso il vicino Bangladesh.
A queste violazioni, si aggiungono le costanti restrizioni ai diritti civili della popolazione birmana che, attraverso proteste, manifestazioni e scontri, chiedeva maggiori diritti e libertà. Per di più, grande attenzione mediatica hanno assunto, a partire dal golpe, le violazioni commesse a danno degli oppositori politici, degli attivisti e dei manifestanti che chiedevano il ritorno alla fragile democrazia raggiunta lo scorso novembre.
Ad oggi, per la gravità della situazione, le undici persone considerate responsabili del colpo di Stato sono state sanzionate dall’UE con misure restrittive direttamente a loro indirizzate, quali il divieto di ingresso nell’Unione europea e nei suoi stati membri e il divieto per le aziende e le entità giuridiche di sviluppare affari con le aziende europee.

Martina Bonaccorso

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.