La Conferenza sul futuro dell’Europa: tra sogni e realtà

Il prossimo 9 maggio, a 70 anni dalla dichiarazione Schuman e a 75 dalla fine del secondo conflitto mondiale, avrebbe dovuto prendere inizio la Conferenza sul futuro dell’Europa, tra le priorità del programma della presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen.

9 maggio: una data d’inizio non casuale per l’avvio della Conferenza

Il 9 maggio del 1950 il ministro degli Esteri francese Robert Schuman teneva un memorabile discorso in cui proponeva la nascita della Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio (CECA), primo passo verso quella che, quarant’anni più tardi, sarebbe divenuta l’Unione Europea. Ciò che oggi più colpisce è l’attualità di quella dichiarazione: Schuman, infatti, richiamando alla mente le immagini della devastazione provocata dalla guerra che aveva piegato l’Europa e il mondo intero, avvertiva che non si sarebbe potuta garantire la pace “se non con sforzi creativi, proporzionali ai pericoli che la minacciano”. Determinati ad evitare il ripetersi di un simile brutale conflitto, i governi europei compresero che l’integrazione delle produzioni di acciaio e carbone avrebbe permesso che una guerra tra Francia e Germania diventasse “non soltanto impensabile, ma materialmente impossibile”.  “L’Europa – affermava Schuman – non potrà farsi in una sola volta, né sarà costruita tutta insieme: essa sorgerà da realizzazioni concrete che creino anzitutto una solidarietà di fatto”. La portata di quelle parole fu tale che, anche a distanza di decenni, vennero prese come riferimento al Consiglio Europeo di Milano nel giugno del 1985 per l’istituzione della Festa dell’Europa che, appunto, coincide con la data in cui Schuman pronunciò il suo celebre discorso.

La crisi come opportunità

A causa della pandemia coronavirus, la Conferenza sarà rinviata almeno a settembre, come dichiarato al Financial Times dalla vicepresidente della Commissione europea, Dubravka Šuica. Tuttavia, il dramma economico e sociale che stiamo vivendo potrebbe rivelarsi il contesto migliore in cui riflettere sull’Unione Europea e su ciò che la unisce realmente. Profetiche al riguardo sembrano le parole di Jean Monnet, tra i principali ispiratori del Piano Schuman, contenute all’interno di Memoirs: “Gli uomini accettano il cambiamento soltanto nella necessità e vedono la necessità soltanto nella crisi”. Lo stesso Parlamento europeo, in una risoluzione adottata lo scorso 17 aprile, ha sottolineato come la crisi Covid-19 accresca l’urgenza da parte dell’UE “di avviare una riflessione approfondita su come diventare più efficace e democratica, ritenendo che sia proprio la Conferenza sul futuro dell’Europa la sede più appropriata per procedere in tal senso”.

La Conferenza: l’ultima chiamata per l’UE

Stando a tali aspettative, la Conferenza è chiamata a promuovere la partecipazione dei cittadini (così come di attori della società civile, organizzazioni, movimenti, associazioni ambientaliste), allo scopo di sostenere un “nuovo slancio per la democrazia”, in ragione del quale i cittadini europei dovrebbero svolgere un ruolo guida. Ad oggi è difficile prevedere quali potranno essere gli esiti della Conferenza e, soprattutto, se e in quali tempi si potrà svolgere nelle sue varie fasi così come originariamente programmate. Certo è che le conseguenze di questa emergenza e la percezione che l’Europa lascerà di sé stessa nella vita dei suoi cittadini, insieme alla capacità di mettere in piedi riforme in grado di “promuovere la democrazia e i valori europei e garantire un funzionamento più efficiente dell’Unione e delle sue istituzioni”, saranno il vero banco di prova su cui verificare se l’UE saprà sopravvivere alla pandemia riacquistando slancio e vigore.

Donatella Ricci

Autore dell'articolo: LabEuropa

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