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Il divario retributivo di genere nell’Unione Europea

I diritti delle donne sono una tematica che molto spesso viene trattata all’interno del dibattito politico e sociale europeo. Le donne ancora oggi, sono costrette a dover lottare per il riconoscimento dei loro diritti e ancor di più per la parità di genere in ambito lavorativo.  
Sicuramente nel corso degli anni sono stati fatti molti passi in avanti. Dal Trattato di Roma del 1957 all’interno del quale è stato introdotto il principio di “parità di retribuzione per lavori di pari valore”, siamo passati attraverso gli anni fino a giungere ad azioni più concrete. Come è la Strategia per la parità di genere presentata dalla Commissione a marzo 2020 per il periodo 2020-2025 e già esortata dal Parlamento europeo nella sua risoluzione del 30/01/2020 come l’impegno della nuova presidente di fare della “parità di retribuzione a parità di lavoro” il principio fondante della nuova strategia europea di genere. Un passo decisivo che si combina con l’impegno della presidente von der Leyen verso la promozione di misure vincolanti sul divario retributivo di genere e sulla trasparenza retributiva, sia nel pubblico che nel privato.  

Il divario di genere nell’Unione europea

Nonostante la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea all’art.23 sancisca il diritto alla parità tra donne e uomini in ambito lavorativo e retributivo specificando che questa debba essere “assicurata in tutti i campi, compreso in materia di occupazione, di lavoro e di retribuzione”, ancora oggi ci troviamo in una situazione di squilibrio sul tema. Secondo i dati dell’Eurostat, nell’Unione europea le donne guadagnano il 14,1% in meno rispetto ad un uomo a parità di posizioni lavorative: ciò significa – per essere ancora più precisi – che, per ogni euro guadagnato da un uomo, una donna guadagna solo 85 centesimi. Dai dati Eurostat emerge anche che, all’interno del panorama europeo, il divario retributivo varia da Paese a Paese: meno del 5% in Lussemburgo, Italia e Romania a oltre il 19% in Austria, Germania, Lettonia ed Estonia dove si evidenzia la percentuale di divario retributivo più alta pari al 25,6%.
Questo dato non deve portare a credere che il basso divario di genere sia indicativo di una condizione di parità. Più spesso infatti, segnala una minore partecipazione delle donne al mercato del lavoro o l’occupazione in attività lavorative non retribuite, quali il lavoro domestico.

Il Gender pay gap

Dai dati è evidente che a livello europeo le donne sono pagate meno degli uomini. Possiamo infatti dire che nei Paesi dell’Unione Europea emerge come, a parità di preparazione e di competenze, le donne non sono valutate per il loro lavoro come i loro colleghi uomini. La differenza di stipendio annuale tra uomini e donne si chiama gender pay gap che possiamo tradurre come divario salariale annuo.
Ma come si calcola il GPG? Il Gender Pay Gap può essere inserito all’interno del Gender Gap Index, che viene calcolato ogni anno per determinare quanto e cosa ogni stato ha fatto per il raggiungimento della parità di genere. Variando le modalità di misurazione della retribuzione, non è facile calcolare il GPG. Per questo è stato diviso tra GPG “grezzo”, che si basa sulla differenza media della retribuzione lorda oraria e il GPG che oltre al salario orario prende in considerazione anche il numero medio mensile delle ore retribuite e il tasso di occupazione femminile. Come abbiamo visto dai dati, nonostante il GPG vari da paese a paese, rappresenta un problema che deve essere affrontato. Per fare ciò è necessario arrivare ad una maggiore consapevolezza di tale problematica e cercare con azioni concrete di arginare tale condizione discriminatoria, aprendo la strada verso un’equa retribuzione di genere.

La storia di Samira Ahmed

Nei paesi dell’Unione Europea, numerose sono state le evidenti situazioni di disuguaglianza redistributiva fatte emergere dalle stesse donne. Tali circostanze di svantaggio di genere a livello di redistribuzione salariale sono arrivate fino al punto di portare le lavoratrici donne a sottoporre le loro situazioni all’attenzione di giudici.
Esempio significativo è la storia di Samira Ahmed, giornalista e presentatrice inglese della BBC, la quale a gennaio 2020 si è presentata dinanzi al London Central Employment Tribunal affermando che la sua retribuzione come conduttrice del programma “Newswatch” avrebbe dovuto esser pari a quella di un suo collega presentatore del “Points of View”. La giornalista infatti ha deciso di dar voce alla sua storia avendo scoperto che veniva pagata sei volte meno rispetto al suo collega per lo stesso identico lavoro.
La BBC, sotto processo, cercò di difendersi sostenendo l’evidente notorietà dello spettacolo “Points of View” e quindi la necessità di una maggiore retribuzione per il conduttore rispetto al programma meno “influente” di Ahmed. Nonostante le tesi della BBC, Samira vinse la sua causa contra la stessa BBC per «discriminazione sessuale». Purtroppo questa è solamente una delle numerose vicende di discriminazione che tutti i giorni le donne devono affrontare ancor più nell’ambito lavorativo in quanto, ancora oggi, la società valuta maggiormente l’operato di un lavoratore uomo rispetto allo stesso operato di una lavoratrice donna.

Francesca Romana Fioretti

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