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Gli effetti della Guerra in Ucraina: la transizione energetica può attendere

Il conflitto russo-ucraino evidenzia una delle più grandi vittime: la transizione energetica. Per rispondere all’emergenza riguardante l’approvvigionamento del gas, proveniente dalla Russia, il premier Draghi annuncia le misure emergenziali: riaccendere le 7 centrali a carbone, ove sia necessario, rallentando massicciamente il programma ecologico. 
“Il Governo è pronto a intervenire per calmierare ulteriormente il prezzo dell’energia, ove questo fosse necessario”, ha ribadito Mario Draghi.

Quali sono le sette centrali a carbone in Italia ancora in funzione?

I sette impianti citati si trovano a Montefiascone, in Friuli Venezia Giulia; a La Spezia, in Liguria; a Fiume Santo e a Portoscuso, in Sardegna; nonché a Brindisi, in Puglia e a Fusina nel Lazio. Cinque impianti appartengono all’Enel, uno a A2A un ultimo a gruppo ceco EPH. Complessivamente la produzione di tali impianti, secondo i dati dello scorso gennaio, coprivano il 4,9% del fabbisogno energetico italiano. 
Tutti e sette impianti sono interessati allo stop al carbone: debbano essere dismesse o convertite entro il 2025.
Gli impianti di La Spezia e Montefalcone sono stati spenti, grazie al provvedimento di legge,  nel dicembre del 2021, anche se hanno visto il ritorno all’attività per un periodo di pochi giorni, ai fini di contenere il caro bollette, successivamente alla crisi innescata dai guasti di quattro centrali nucleari francesi, in tal modo riducendo l’export verso l’Italia. 

Il carbone e la produzione italiana dell’energia

Secondo i dati pubblicati da Terna Driving Energy, circa l’86% dell’energia utilizzata in Italia viene prodotta all’interno del nostro paese, e il rimanente 14% viene importata dall’estero. Da questi dati possiamo ulteriormente evincere che all’incirca 13,5% del nostro fabbisogno di consumo elettrico è prodotto dagli impianti a carbone. 

Carbone ed effetti di gas serra 

Gli effetti del processo di produzione nelle centrali a carbone comprendono all’incirca il 40% delle emissioni di anidride carbonica del nostro sistema elettrico nazionale.
Tra tutte le combustibili fossili, proprio il carbone rappresenta la principale fonte di emissioni di gas serra: secondo i dati, il 46% di anidride carbonica, equivalente ad oltre 14,8 miliardi di tonnellate, è stata il frutto della combustione del carbone. Del resto, a parità di energia primaria disponibile, le emissioni di anidride carbonica provenienti dalla combustione del carbone arrivano a essere del 30% superiori a quelle del petrolio e del 70% superiori a quelle del gas naturale.
Da questi dati riportati si può evincere che il carbone inquina e ha effetti dannosi al nostro ambiente in modo proporzionalmente più elevato rispetto alla produzione di energia volta al consumo.

La transizione energetica nel PNRR

Nel Piano di Ripresa e Resilienza, approvato dal Parlamento italiano lo scorso aprile 2021, vengono elencati diversi obiettivi in termini di transizione energetica ed ecologica. I principali asset fissati nel documento comprendono la digitalizzazione, l’istruzione, le infrastrutture, salute, inclusione, ed infine la transizione ecologica. A quest’ultima sono destinati 70 miliardi di euro. La distribuzione delle risorse economiche prevede la divisione per quattro principali macro-reparti, dove vediamo la transizione energetica – che prevede il passaggio alle fonti di energia rinnovabile, con un complessivo investimento di 25 miliardi di euro sul totale delle risorse previste. 
L’attuale obiettivo italiano per il 2030 è raggiungere la quota del 30% di energia prodotta da fonti rinnovabili, questo focus è stato ribadito anche nel PNIEC (Piano Nazionale Integrato per l’energia e il Clima), con l’importante obiettivo di raggiungere il 55% di riduzione delle emissioni di anidride carbonica. Nonché, in corrispondenza col il PNIEC del 2019, il Ministero dello Sviluppo economico e del lavoro in stretta collaborazione del Ministero dell’Ambiente aveva annunciato l’inizio del processo dell’abbandono del carbone con la previsione di chiusura delle centrali italiani entro il 2025.

La bussola internazionale ed europea per l’Italia green

La possibilità di riapertura di queste centrali farebbe percorrere al nostro Paese una strada totalmente opposta rispetto al cammino che stava intraprendendo in direzione della transizione ecologica, in virtù della sottoscrizione e ratifica di trattati internazionali e comunitari in materia ambientale. L’Italia infatti si colloca tra i principali Paesi promotori di quella svolta green promossa sul piano internazionale dalle Nazioni Unite nell’ambito dell’Agenda 2030, e a livello regionale dall’Unione europea. 

Green Deal: il futuro verde dell’Europa 

In ambito europeo l’elezione nell’estate del 2019 di Ursula Von der Leyen alla presidenza della Commissione europea, ha riportato in modo ancor più rigido l’attenzione dei lavori delle principali istituzioni dell’Unione europea sulle questioni ambientali.
Sulla base degli impegni assunti volontariamente dagli Stati membri dell’Unione nella lotta al cambiamento climatico e della priorità attribuita alla sostenibilità ambientale dal Presidente della Commissione, l’Europa intende porsi come leader mondiale nella lotta al cambiamento climatico e al degrado ambientale. 
Questa filosofia si sostanzia a livello normativo nel Green Deal europeo, che rappresenta un’autentica visione di come l’Europa vorrebbe che fosse il futuro del mondo. Tra i vari temi trattati, si è dibattuto principalmente sulla de-carbonizzazione del settore energetico, ad oggi responsabile dei tre quarti delle emissioni. La sempre più viva attenzione che l’Europa ha dedicato in questi ultimi anni alla macro-tematica della sostenibilità riflette la consapevolezza per cui l’ecosistema, inclusa la vita dell’uomo, è messo sempre più in pericolo dalle sue stesse attività. Il nostro è il primo continente a cogliere l’allarme, determinato sostanzialmente dagli effetti negativi del cambiamento climatico, e cerca di arginarlo attraverso la proposta di politiche volte a tutelare e preservare le risorse ancora esistenti sul pianeta senza però trascurare gli aspetti dello sviluppo economico e sociale. Il Green Deal dunque sembrava aprire una prospettiva incoraggiante nel limitare gli effetti derivanti dai cambiamenti climatici, attraverso proposte pragmatiche di intervento in molteplici settori. 

La transizione ecologica presa in ostaggio

Se è vero che da un lato un progetto simile ha fatto apparire tangibile il conseguimento di una neutralità climatica nel medio o lungo periodo, in realtà le ambiziose proposte avanzate dalla Commissione hanno e stanno ancora riscontrando innumerevoli ostacoli in merito alla loro attuazione all’interno degli Stati. 
Già dal 2020 il dibattito sulla sostenibilità è stato portato in secondo piano a causa della pandemia scaturita dalla diffusione del COVID-19, che ha portato gli Stati Uniti e molti altri Stati alla sospensione dell’applicazione delle leggi ambientali e l’annullamento della COP26 che avrebbe dovuto tenersi a Glasgow, posticipando in tal modo il dibattito in merito all’attuazione dell’articolo 6 dell’Accordo di Parigi. Alla crisi pandemica si aggiunge lo scenario prodotto a causa dello scoppio della guerra intrapresa dalla Russia di Putin contro l’Ucraina. Questa sta aprendo spiragli inquietanti riguardo il futuro green che l’Europa iniziava a costruire, mettendo i progressi dei quali necessita la materia ambientale completamente fuori gioco. 
La riapertura e il ritorno all’impiego delle centrali a carbone per l’approvvigionamento energetico costituirebbe un grosso passo indietro che comprometterebbe ogni sfera vitale di qualsiasi individuo. Sarebbe dunque necessario impiegare sforzi per trovare un’alternativa sostenibile alla dipendenza energetica dal gas russo o ad un riutilizzo delle centrali a carbone. 

Elisa Forte, Francesca Vallati

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