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Intervista al prof. Allotti “L’importanza delle parole ci deve essere in tempo di pace e in tempo di guerra”

Il prof. Pierluigi Allotti è docente di Storia del giornalismo presso il Dipartimento di Scienze Politiche della Sapienza. Tra le sue pubblicazioni ci sono: “La libertà di stampa. Dal XVI secolo a oggi” (2020), e “Quarto potere: giornalismo e giornalisti nell’Italia contemporanea” (2017). 

Tenendo in considerazione le recenti sanzioni adottate dall’Unione Europea, lei ritiene che la censura dei giornali Russia Today e Sputnik sia una misura necessaria? Che effetti avrà?

Questo è l’argomento più vicino ai miei temi di interesse. In linea generale, le sanzioni economiche sono state una misura necessaria di fronte all’aggressione palese ed evidente della Russia al suo paese vicino, uno Stato autonomo, indipendente e democratico, a prescindere da torti precedenti e giustificazioni.
Qui siamo di fronte ad un fatto evidente: c’è una violazione del diritto internazionale e la comunità internazionale ha risposto con le prime misure a cui potrebbe seguire un intervento militare, anche se abbiamo visto che non si vuole arrivare a tanto. Diciamo, sono misure che hanno lo scopo di scoraggiare l’aggressore.
La Russia sta prendendo contromisure e vieta esportazioni sui prodotti ai paesi che hanno applicato le sanzioni. È una situazione molto complessa e, probabilmente, ne faranno le spese tutti: i cittadini russi, che magari non sono direttamente colpevoli di ciò che fa il proprio governo; e anche noi cittadini occidentali, che vedremo salire il prezzo della benzina e dei prodotti di largo consumo. 
Quando ci sono conflitti difficilmente abbiamo effetti benefici […] si alimentano teorie del complotto, che noi non seguiamo, perché cerchiamo di avere uno sguardo razionale e attento ai fatti. Qui ci avviciniamo al tema della propaganda e dei mass media. Abbiamo visto, infatti, che questi provvedimenti, compresi nel pacchetto di sanzioni economiche, annunciati il 27 febbraio da Ursula von der Leyen prendono di mira e mettono al bando in Europa quei media direttamente collegati al Cremlino, e che sono stati aperti e creati da quest’ultimo, in un contesto mediatico internazionale in cui tutti i grandi paesi hanno dei canali mediatici attraverso cui esercitare il loro soft power. Vicino all’Hard Power militare, infatti, esiste un Soft Power fatto di persuasione, comunicazione, propaganda. Questo significa la forza si può esercitare in due modi: o con i cannoni e i carrarmati, o con la comunicazione, la propaganda e la pubblicità, per persuadere e mostrare il proprio modello vincente rispetto agli altri. 
La Cina ha la propria emittente che trasmette in lingua inglese, mentre nel mondo arabo abbiamo Al-Jazeera, l’emittente araba fondata dall’emiro del Qatar, la quale ha avuto una grande rilevanza durante il conflitto in Iraq. Al-Jazeera si distingue al suo interno: il canale inglese che fa lavoro di Soft Power con un occhio più internazionale; e il canale in lingua araba, che si occupa di diversi temi. 
Russia Today e Sputnik sono i canali calati dal Cremlino per cercare di proiettare in Occidente la propria visione del mondo e dei fatti. Sono stati messi al bando perché appunto considerati strumenti di propaganda e di disinformazione che corrompono anche le nostre democrazie, ed è stata questa la motivazione che ha spinto l’Unione Europea a bloccarli.
Qui si apre tutto il dibattito se è lecito o no paragonare mettere al bando i mass media e i prodotti economici. Bisogna chiedersi: chiudere un fast-food è come chiudere una TV? Allora, qui bisogna ragionare. 

Potrebbe commentare il discorso tenuto il 27 febbraio da Ursula von der Leyen? La Presidentessa ha parlato dell’importanza delle parole in tempo di guerra, cosa ne pensa di questa frase?

L’importanza delle parole ci deve essere in tempo di pace e in tempo di guerra, perché le parole sono importanti sempre, anzi a volte è bene che le parole siano misurate proprio quando c’è la pace per evitare che scoppi una guerra. A volte, è proprio in tempo di pace che usando male le parole si finisce per generare un conflitto e quindi una guerra. Questo succede anche nella nostra vita privata, i litigi con i nostri familiari, i nostri cari e amici spesso nascono da parole usate male; da qui si può parlare della buona comunicazione e del buon giornalismo, che è legato all’etica della comunicazione. La deontologia professionale comprende tutti quei valori, quelle pratiche che fanno sì che le parole vengano usate in modo corretto e pesate prima di essere pronunciate. Bisogna attivare prima il pensiero e poi parlare, vanno calcolati gli effetti negativi che a volte possono provocare delle parole dette male, o fuori posto o fuori luogo, o dette con un tono sbagliato. Nel suo discorso, la von der Leyen dice le “parole in tempo di guerra”, io ripeto “le parole in tempo di guerra e in tempo di pace”. Allora qui, ritorniamo al discorso di prima, se per controllare le parole è necessario arrivare a spegnere anche un canale mediatico.
Ho seguito un po’ il dibattito, la stessa posizione della von der Leyen è stata contestata da autorevoli giornalisti e professionisti della comunicazione, sinceri democratici. È un tema che riguarda noi da vicino proprio perché la democrazia si sostanzia di informazione e di opinione pubblica. Giovanni Sartori, padre della scienza politica italiana, diceva che l’opinione pubblica è l’architrave della democrazia, ed esamina come si forma un’opinione pubblica critica, che abbia tutti gli strumenti necessari per esprimersi ed essere partecipe alla vita democratica. Essa riguarda anche l’esistenza stessa dei mezzi di comunicazione di massa, sia “buoni” che “cattivi”. Vediamo che [l’opinione pubblica] può avere anche delle effetti negativi, come quello di mettere il bavaglio a Russia Today e Sputnik, effetti criticati anche da alcuni professionisti della comunicazione. 

Alla luce dei suoi studi sulla libertà di stampa, secondo lei, è stata giusta la limitazione di informazioni che è stata posta in essere da Putin in questo periodo?

Iniziamo facendo una premessa e cerchiamo di commentare prima la nostra limitazione, cioè le misure prese da Ursula von der Leyen, che precedono la stretta di Putin di questi giorni, il quale ha inasprito le pene per chi parla di guerra, o, a suo avviso, diffonde fake news in Russia relative all’operazione militare in corso, con la stessa definizione che ne dà il Cremlino. 
La Russia non vuole che si parli di guerra o di aggressione, e qui torniamo all’importanza delle parole, che connotano concetti. In altri termini: dietro ogni parola c’è un concetto.
Un conto è dire “guerra” un conto è dire “operazione militare speciale”. Bisogna dire le cose come stanno; i giornalisti servono proprio a questo, devono raccontare i fatti senza censure, senza “paraocchi” e analizzare la questione: è stato giusto o no mettere al bando Russia Today e Sputnik?
Il segretario generale di Sans Frontieres -ONG francese- ha dichiarato: alla propaganda non si risponde con la censura. Se la nostra democrazia si fonda su valori diritti universali non possiamo rinnegare i nostri diritti per contrastare o combattere quella che reputiamo propaganda.
Questo è un argomento che condivido. Il discorso si rifà ai filosofi liberali, quali John Stuart Mill che diceva “non si censurano le voci, anche la più lontana da noi può avere un fondo di verità”. Noi, in Occidente, dovremmo rispondere alla propaganda di Russia Today con il buon giornalismo, controbattere con la buona informazione. Io confido nella capacità dei cittadini di saper distinguere dalla cattiva alla buona informazione. 
Non può essere un governo che decide ciò che un cittadino deve ascoltare o no, perché questo ne va dei nostri valori, liberali e democratici. Non può essere un’autorità governativa che stabilisce quello che noi possiamo o non possiamo ascoltare. Dobbiamo essere messi in grado di ottenere questi strumenti autonomamente con l’educazione, l’istruzione, la scuola, l’università, oltre che leggendo e attingendo da più fonti per capire ciò che “buono” da ciò che è “cattivo”. Ripeto, io ho fiducia nella capacità di giudizio delle persone. Certo, una minoranza che seguirà le teorie del complotto ci sarà sempre, lo abbiamo visto con i vaccini. Su ogni tema ci sarà sempre una minoranza deviante, fa parte della democrazia. Insomma, bisogna contrastare la cattiva comunicazione e la propaganda con una comunicazione precisa e fattuale, e soprattutto favorire ed incentivare questo tipo di giornalismo. 
Analizzando ora la risposta della Russia. Putin ha applicato una stretta alla libertà di espressione e di informazione, tanto che l’effetto è stato che i media internazionali sono andati via da Mosca. Anche la Rai ha ritirato i suoi corrispondenti per non esporli al rischio di una lunga pena detentiva se si riportano male le informazioni, secondo i nuovi criteri applicati da Mosca.
Questo però è un problema anche per i russi che non avranno possibilità di avere informazioni su ciò che sta avvenendo e saranno sottoposti solo alla voce del Cremlino. Questo porterà a conseguenze negative. Quando viene oscurata la libera stampa si naviga nel buio, c’è più difficoltà per tutti ad orientarsi.

Potrebbe commentare le recenti leggi varate dalla Duma di Stato. La prima stabilisce che i cittadini che producono fake news saranno multati e la seconda stabilisce che i media online devono eliminare i contenuti anti-governativi, pena l’oscuramento del sito. Lei che ne pensa di questi provvedimenti legislativi?

Iniziando con una parentesi storica: durante la Grande Guerra in Italia erano stati applicate leggi che contrastavano la propagazione di notizie false allarmanti. 
In tempi di guerra e di crisi ci sono sempre voci che si diffondono tra la popolazione su fatti magari anche inesistenti. Le fake news non sono un prodotto dei nostri tempi; lo storico francese Marc Bloch, nel 1921, pubblicò “La guerra e le false notizie”, dove afferma come la censura produce e alimenta anche le false notizie. Quando manca un’informazione precisa e puntuale, completa ed esaustiva, è più facile che si generino false notizie e non trovino alcun filtro le informazioni più strampalate, proprio perché non c’è un informazione attendibile a cui rivolgersi. Quindi è un po’ un controsenso, imporre una censura ai media e poi mettere una stretta alle fake news quando è poi la censura stessa che alimenta questo insieme di fake news. 

Il punto è che la libertà vera di espressione non è possibile. Ci devono essere dei paletti che vengono posti dalle leggi dello Stato, filtri che non devono restringere troppo la libertà di espressione. Ovviamente non è che si può essere liberi di insultare nessuno o fare vilipendio alle istituzioni, anche se in questo caso bisogna vedere il contesto. Nel caso della Duma non abbiamo un contesto liberale o un parlamento che applica paletti secondo i nostri standard democratici. 

Quindi, come commento le misure della Duma russa? Queste misure hanno un intento liberticida, servono in questo momento a cercare di limitare quanto più la circolazione di notizie, che possano mettere a repentaglio la campagna militare condotta dal Cremlino. Mosca sta portando avanti questa guerra e sta cercando di tutelare la propria azione; ovviamente, noi la vediamo in modo negativo. Però, questa la finalità: non è una legge fatta per disciplinare la libertà di stampa, ma mi sembrano misure volte a mettere il bavaglio ai giornalisti come già hanno dimostrato le sanzioni che inaspriscono le misure detentive. 

Lei ritiene che quelle che sono considerate dal Cremlino “fake news” siano in realtà notizie vere dall’Occidente che vogliono essere limitate e considerate false a prescindere?

Abbiamo visto che il governo russo non vuole che si parli di guerra. Su questa terminologia è stato importante l’Angelus del Papa di domenica scorsa dove ha smentito la visione del Cremlino e ha parlato esplicitamente di guerra e non di campagna militare. Ha poi ha elogiato i giornalisti che sono in Ucraina e rischiano la propria vita per documentare e raccontare ciò che avviene. Questa è e deve essere la funzione del giornalista: essere testimone dei fatti e raccontarli così per come li ha visti. 
Va comunque tenuto presente che il giornale non rispecchia la realtà così com’è. Abbiamo sempre una visione filtrata dal giornalista, che però è tanto più onesta quando riporta fedelmente le cose che vede. L’autonomia del giornalista, può esserci solo se viene garantita la libertà di stampa dal governo.
La voci autonome e indipendenti sono sempre quelle che risultano scomode a poteri autoritari, come quello di Mosca. L’intento è chiaro. Quello che si può fare è comprare i giornali per promuovere la diffusione della stampa libera ed indipendente, perché svolge una funzione fondamentale in questo momento.

Isabella Hadley, Leonardo D’Angelo 

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