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“Energia e difesa comune in Europa: piani destinati a fallire?” Intervista al prof. Umberto Triulzi

Politica energetica comune: ne parliamo in questa intervista con il professor Umberto Triulzi, docente di Politica economica europea alla Sapienza Università di Roma.

A che punto è l’Unione Europea con la realizzazione di una politica energetica comune? Secondo lei ci sono degli ostacoli nel percorso?

Il tema è da sempre al centro dei dibattiti europei, basti pensare che il primo progetto di integrazione risale al 1951, quando i Trattati di Parigi istituirono la CECA, la prima istituzione comunitaria basata sul principale settore dell’energia di allora, il carbone. Un piano, quello dell’energia comune in Europa, che è tornato in agenda durante la crisi petrolifera del 1973, poi con il Trattato di Maastricht del ’92, quello di Lisbona del 2009 e nel recente conflitto russo-ucraino, ma che mai ha visto la sua piena realizzazione. 
A mio avviso la vera difficoltà risiede nel coordinamento delle politiche economiche nazionali richiesto agli Stati membri, i quali però, a livello interno sono dotati di estrema autonomia decisionale sull’argomento.    

Le estreme difficoltà nel concretizzare questi piani riflettono una accentuata eterogeneità energetica tra Stati a livello nazionale?

Direi di sì. Come già accennato, gli Stati membri dell’Unione hanno la possibilità di decidere autonomamente i piani energetici nazionali. In più, queste scelte derivano da fabbisogni energetici differenti, mentre, ad esempio, Italia e Germania importano una grande quantità di energia, la Francia soddisfa il 50% dei bisogni energetici con le proprie centrali nucleari. È chiaro che, per contro, un’unione energetica comunitaria potrebbe contribuire a ridurre notevolmente i costi, innalzati ulteriormente da quello che sta succedendo in Ucraina.

Date le vicissitudini che stiamo vivendo in questo momento, quali potrebbero essere, secondo lei, le vie di fuga dalla dipendenza energetica dai grandi produttori

Rendere l’Europa più indipendente dai approvvigionamenti di energia è importante, sicuramente le modalità sono tante, non solo migliorando l’accesso a fonti energetiche alternative, ma anche con soluzioni di breve periodo. Dobbiamo sicuramente trovare, anche all’interno dell’Europa, un modo per incrementare la produzione di idrogeno, attraverso la ricerca e i progetti comuni che rappresentano un’alternativa all’energia tradizionale. Forse, in presenza di condizione diverse, anche la nuova generazione di centrali nucleari potrebbe essere presa in considerazione. 
Anche le risorse di gas appena scoperte nel Mediterraneo potrebbero essere un’alternativa.
Ciò che sicuramente può essere fatto nel breve periodo è ridurre i consumi di energia, sia nelle nostre case che in tanti altri luoghi di vita quotidiana. 

Parlando di una difesa comune dell’Unione Europea, qual è la sua posizione al riguardo? Quali sono i pro e i contro?     

La situazione della difesa sotto certi aspetti è molto simile alla situazione dell’energia.
Le novità che sono state introdotte negli anni sono state, ad esempio, la PESCO, che finanziava progetti in materia di sicurezza o di cooperazione fuori dall’Europa; nel 2005 la Commissione ha dato vita ai “Gruppi tattici”, forze militari da dispiegare nei momenti di crisi, ma ovviamente mai attivate. Inoltre, quando parliamo di difesa comune non riusciamo a comprendere le politiche degli Stati membri ove prevalgono gli interessi nazionali e non quelli dell’Unione. 
Quello che avremmo dovuto fare, era costituire una parte di esercito comune da attivare immediatamente per situazioni di crisi, come prevedeva il progetto nel 1951, ma niente di tutto ciò è accaduto.

Lei crede che la NATO ostacolerebbe un organismo alternativo o complementare di difesa comune?

Il tema della NATO è molto delicato. Non c’è dubbio che la NATO, essendo guidata da un paese che ha vinto la guerra, poteva essere una risposta adeguata alle richieste di un’Europa appena uscita dalla guerra e con enormi problemi di ricostruzione al suo interno. Ma dopo 60 anni da quella data forse era necessario adoperarsi per creare qualcosa di diverso. Ad oggi non possiamo accettare che la difesa dell’Europa sia garantita solo dalla NATO. Andava bene nella situazione in cui in Europa permaneva la guerra fredda tra le due superpotenze politiche e militari ma poi con l’avvio del processo di integrazione europeo, abbiamo privilegiato il perseguimento di obiettivi commerciali ed economici e siamo rimasti bloccati in altri settori, come quello della collaborazione in materia di difesa e di sicurezza. Una difesa comune europea è dunque necessaria.

Martina Cannariato, Rebecca Stefani ed Enrico Larganà 

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