Dublino, Schlein: “Inaccettabile che i governi non abbiano ancora trovato un accordo sulla solidarietà interna. Primo passo è cambiare la narrativa sull’immigrazione per scardinare la paura del diverso”
Negli ultimi giorni le vicende legate alla nave Aquarius hanno riportato il tema dell’immigrazione al centro del dibattito pubblico e di conseguenza si è riaccesa la questione attorno alla riforma del Regolamento di Dublino. Abbiamo parlato con Elly Schlein, europarlamentare di Possibile (S&D) della proposta di riforma del Regolamento di Dublino per alcuni chiarimenti sulla normativa in materia d’asilo attualmente in vigore negli Stati dell’Unione europea e illustrarci le proposte di modifica del gruppo al Regolamento.
A novembre 2017 il Parlamento europeo ha dato il via libera alla riforma del Regolamento di Dublino con una maggioranza di 390 voti favorevoli. Ci ricorda quali sono i punti più importanti della modifica?
L’elemento chiave della proposta di riforma del Regolamento di Dublino è l’eliminazione del criterio del primo Paese di accesso, che negli ultimi anni aveva lasciato le maggiori responsabilità nelle mani dei Paesi alle frontiere esterne dell’Unione, come l’Italia. La proposta di riforma sostituisce questo criterio con un meccanismo permanente e automatico di ricollocamento, al quale tutti gli Stati Membri saranno tenuti a partecipare a pena di conseguenze sui fondi strutturali. Tra gli altri elementi di novità, una procedura accelerata di ricongiungimento familiare, per cui basteranno sufficienti indicazioni sulla presenza di un familiare in un altro Stato membro per un rapido ricollocamento. Siamo riusciti anche ad ottenere una parziale estensione della nozione di famiglia, che comprende ora anche i fratelli, i figli adulti ancora a carico e la possibilità di ricongiungimento con un familiare che soggiorni legalmente in altro Stato membro. La proposta prevede, inoltre, un ampliamento dei criteri di responsabilità, valorizzando i legami significativi del richiedente con altri Stati membri (soggiorni precedenti, diplomi e qualifiche) nell’ottica di facilitare l’integrazione e l’inserimento sociale. E, qualora nessuno di questi criteri di responsabilità trovasse applicazione, scatterebbe automaticamente il meccanismo di ricollocamento, dando al richiedente un certo margine di scelta tra i quattro Stati membri che al momento della sua domanda sono più lontani dal raggiungimento della loro quota. Per attivare il meccanismo di ricollocamento non servirà che un Paese raggiunga una certa soglia di richieste, come proposto dalla Commissione, proprio in virtù del fatto che la riforma disegna un sistema d’asilo centralizzato a livello europeo. In quest’ottica, i costi dell’accoglienza fino alla determinazione dello Stato membro responsabile sarebbero infatti a carico del budget dell’Unione. Abbiamo anche inserito la possibilità di una sponsorship, tramite la quale organizzazioni che rispondano a determinati requisiti fissati a livello nazionale possano prendersi carico di un richiedente fino a che sia esaminata la sua domanda.
Inoltre abbiamo rafforzato in modo rilevante le garanzie procedurali e gli obblighi di informativa per i richiedenti, in particolare le salvaguardie per i minori non accompagnati, tra le quali la nomina entro ventiquattro ore di un tutore, e la necessità di fare una valutazione multidisciplinare del superiore interesse del minore prima di ogni decisione che lo riguardi. Fondamentale è, poi, la cancellazione dei check obbligatori di inammissibilità proposti dalla Commissione, che avrebbero obbligato i Paesi di primo ingresso ad effettuare controlli sistematici sull’inammissibilità di tutti i richiedenti, in base ai concetti di Paese terzo sicuro e primo Paese d’asilo, rischiando pericolose discriminazioni sulla base della nazionalità e gravando ulteriormente sui primi Paesi di arrivo.
In seguito all’approvazione del Parlamento europeo la riforma è recentemente passata al vaglio del Consiglio. Com’è la situazione ad oggi secondo lei? Si sente fiduciosa nonostante l’opposizione dei Paesi orientali dell’Unione?
È inaccettabile che i governi non abbiano ancora trovato un accordo sulla solidarietà interna e che dalle bozze in circolazione al Consiglio pare quasi non abbiano preso minimamente in considerazione la proposta approvata a così larga maggioranza dal Parlamento in una votazione storica. La bozza proposta dalla Presidenza bulgara che è stata al centro di un accesissimo scontro il 5 giugno all’incontro tra i ministri degli Interni è un pessimo compromesso. La bozza mantiene il criterio del primo Paese di accesso, vi associa una responsabilità permanente per otto anni e sanzioni pesantissime contro i movimenti secondari e prevede il ricollocamento obbligatorio solo in casi di crisi severa allo scattare di una soglia altissima di richieste d’asilo, lasciando comunque l’ultima parola al Consiglio che si deve esprimere a maggioranza qualificata. Una non soluzione. Che non piace né ai Paesi mediterranei né al blocco dell’Est, che non vuole sentire nemmeno parlare di ricollocamenti obbligatori. Assurdo che il governo italiano, almeno a sentire il ministro Salvini, voglia fare un asse improbabile proprio con Orban e i paesi Visegrad. Un asse tutto a spese dell’Italia: se non si cambia Dublino, Orban vince, ma l’Italia perde. E qui emerge tutta la contraddizione dei nuovi sovranisti: si applaudono a vicenda mentre costruiscono i muri, per poi accorgersi che li mettono gli uni contro gli altri. Il governo italiano, se come invece ha detto il premier Conte punta a un sistema automatico e permanente di ricollocamento, non ha che da appoggiare la riforma votata dal Parlamento (pur inspiegabilmente senza i voti di Lega e M5S) che prevede esattamente questo. Ma il rischio maggiore è che la riforma non veda la luce, viste le spaccature al Consiglio. Sarebbe importante avere il supporto di Merkel e Macron: se vogliono dimostrare che il loro europeismo non è solo di facciata, questa è la riforma più paradigmatica da spingere, l’occasione migliore che hanno.
Secondo lei, quali misure pensa che dovrebbero adottare le istituzioni dell’Unione europea per contrastare la xenofobia e il populismo sempre più diffuse nei vari Stati?
Il primo passo per combattere la xenofobia è cambiare la narrativa sull’immigrazione che ha dominato il dibattito politico degli ultimi anni. Gli aumenti dei flussi verso l’Europa sono stati spesso descritti come un’invasione, senza però tenere conto dei numeri reali. Nel 2016, uno degli anni più difficili, in Europa sono state presentate un milione e trecento mila domande di asilo, che corrispondono allo 0,25% della popolazione europea. Non si tratta quindi di un’invasione, ma di una sfida che i 28 governi europei avrebbero facilmente potuto gestire con soluzioni di condivisione delle responsabilità: se uno sforzo è condiviso in 28, è sostenibile per tutti. Per scardinare la paura del diverso è fondamentale che la narrativa sull’immigrazione sia dunque basata su evidenze e dati affidabili, e che ponga al suo centro gli aspetti positivi della migrazione e della mobilità.
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