Brexit, la parola al Professor Curti Gialdino: “La scelta del referendum è stata fatta e la volontà espressa deve essere rispettata”

Il 29 marzo 2019 è sempre più vicino, ma il progetto di accordo di recesso negoziato da Theresa May con l’Unione europea non soddisfa ancora la Camera dei Comuni, che il 15 gennaio lo ha bocciato. Per capire da vicino quali sono gli aspetti più delicati dell’accordo e quali sono le implicazioni di questo continuo ritardo sulla sua attuazione, ci siamo rivolti al professor Carlo Curti Gialdino, ordinario di Diritto e Istituzioni dell’Unione europea e di Diritto diplomatico e Consolare presso l’Università Sapienza di Roma.

Professore, lunedì 21 gennaio il primo ministro Theresa May ha presentato il cosiddetto Piano B alla Camera dei Comuni, dopo la bocciatura del primo progetto. Quali modifiche apporta il Piano B all’accordo?

Possiamo definire il Piano B come una “risciacquatura” del piano A, la struttura principale non cambia, sebbene ci siano delle piccole modifiche. Tra queste, l’eliminazione della tassa di 65 sterline per i cittadini dell’Unione che richiedono il settled status, un permesso di residenza a tempo indeterminato nel territorio del Regno Unito. Altro punto importante è la questione del Back-stop, riguardo la frontiera tra Irlanda del Nord e Repubblica d’Irlanda. Oggi non esiste nessuna frontiera, ma il problema potrebbe presentarsi dopo il 31 dicembre 2020, termine del periodo transitorio qualora l’accordo di recesso fosse ratificato ed entrasse in vigore effettivamente il 29 marzo 2019. Una forte preoccupazione dell’Unione europea riguarda principalmente la circolazione delle merci ed eventuali deviazioni dei traffici. Il Back-stop rappresenta una sorta di garanzia, un’assicurazione. Per cui, se l’accordo sulle future relazioni tra Gran Bretagna e Unione europea sarà compatibile col mantenere lo status quo non ci saranno problemi. In caso contrario l’Irlanda del Nord dovrebbe rimanere nell’Unione doganale. Questo è motivo di tensione e di spaccatura all’interno del Paese. Theresa May ha detto che presenterà una proposta, ma ancora non si comprende cosa essa possa prevedere.

 

 

Secondo lei ci sono margini di manovra per una rinegoziazione dell’intero accordo tra la May e l’Unione europea?

Fino ad oggi l’Unione europea ha mantenuto una compattezza granitica in questo negoziato, contro ogni aspettativa. La May ha provato ad approcciare singolarmente sia la Merkel che Macron, ma non ha ottenuto alcun risultato. Ad oggi, io credo che non ci siano spazi di manovra per rinegoziare l’accordo. Si tratta di oltre 500 pagine che stanno facendo tradurre in tutte le lingue ufficiali dell’Unione, frutto di una trattativa di 18 mesi, in cui sono state negoziate anche le virgole. Una volta che il risultato di questo negoziato è stato accettato, questo tira e molla non ha senso, anche perché un’analisi di tutta la vicenda fa sorgere il fondato dubbio che la classe politica britannica tutta intera, quella di governo e quella di opposizione, non abbia compreso quanto siano limitati, e non inesistenti, i margini di manovra.

In in suo articolo pubblicato su Federalismi.it, ha prospettato l’ipotesi di un secondo referendum, idea presente anche nell’ala laburista della classe politica britannica. Può dirci cosa ne pensa?

Premetto che da tempo mi interrogo se sia opportuno o meno che alcune scelte politiche che implicano decisioni con forti implicazioni tecniche e non valoriali siano messe nelle mani del Corpo referendario. Carattere valoriale ha comunque la scelta dell’appartenenza o meno all’Unione europea. Questa scelta il popolo britannico l’ha fatta, ed a mio avviso la volontà espressa del popolo deve essere rispettata. Il fatto è che non si tratta di un referendum come quelli svolti in Danimarca e in Irlanda rispettivamente dopo il Trattato di Maastricht e quello di Lisbona, in considerazione del fatto che quegli ordinamenti stabiliscono la necessità di un passaggio popolare in caso di ratifica di modifiche ai trattati istitutivi dell’Unione. In questo caso, la situazione è diversa perché il Regno Unito ha deciso di sua spontanea volontà di recedere dall’Unione. La Gran Bretagna ha da sempre un atteggiamento particolare nei confronti dell’Unione, dalla prima domanda di adesione condizionata del 1961, alle successive pretese di esenzioni – i cosiddetti opting out –, fino ad oggi con queste ripetute richieste relativamente alle condizioni di recesso. A meno che non ci sia un cambio di vedute radicale alla Camera dei comuni, non credo che il Regno Unito uscirà dall’Unione entro la data del 29 marzo. Probabile che chiederanno una proroga.

In caso di proroga e in vista delle imminenti elezioni europee, il Regno Unito dovrebbe recarsi alle urne per eleggere i propri rappresentanti europei oppure c’è la possibilità di una proroga dei rappresentanti già eletti?

Questa ultima ipotesi è impossibile. I rappresentanti dovranno essere rieletti nel caso il Regno Unito sia ancora nell’Unione alla data delle prossime elezioni, che è fissata tra il 23 ed il 26 maggio prossimo. La questione è stata risolta nella decisione del Consiglio europeo del 28 giugno 2018 relativa allala composizione del Parlamento europeo. Vi si prevede che nel caso il Regno Unito sia ancora uno stato membro in occasione delle elezioni, ad essa spettino i 73 seggi previsti dalla precedente decisione del 2013. Giuridicamente parlando, forse non ci siamo resi conto che i cittadini britannici, sia quelli residenti nel Regno Unito sia quelli residenti nel territorio degli altri Stati membri, nella misura in cui siano ancora, alla data delle elezioni, cittadini dell’Unione, hanno il diritto di elettorato attivo e passivo. Da un punto di vista politico, invece, la presenza o meno dei rappresentanti britannici, che per lo più ingrossano le file dei sovranisti euroscettici, avrebbe delle ripercussioni sull’equilibrio della composizione dei gruppi parlamentari europei e dell’intero Parlamento. L’eventuale richiesta britannica di proroga rispetto al termine biennale del 29 marzo 2019 richiede l’unanimità dei 27 Stati membri, e non so se sarà facile raggiungerla. Un’altra ipotesi potrebbe essere quella di una proroga tecnica, a condizione che il Regno Unito esca dall’Unione prima dell’organizzazione delle elezioni; se così non fosse, la Gran Bretagna sarà costretta a organizzare il voto, altrimenti la composizione del Parlamento europeo alla prima seduta costitutiva sarebbe inficiata perché questo deve essere composto da 751 rappresentanti,eletti nella prossima tornata del maggio 2019.

Anne Sofie Pirazzi, Simone Di Bartolo

Autore dell'articolo: Anne Sofie Pirazzi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *