Dialoghi sull’ allargamento con il prof. Luca Micheletta

Fonte: Google Images (immagine modificata con Photoshop)

Quali sono le prospettive di allargamento dell’UE nei Balcani? Quali potrebbero essere gli scenari futuri? Ne parliamo con Luca Micheletta, professore di Storia della Politica Internazionale e di Storia delle Relazioni Internazionali alla Sapienza di Roma.

L’UE ha prospettato che entro il 2025 Serbia e Montenegro riusciranno a rispettare i prerequisiti per poter entrare nell’UE. Crede che questa previsione possa essere realizzabile? E per il resto dell’area balcanica?

Entrambi i Paesi mostrano sicuramente grande volontà di entrare nell’UE, non solo per le spinte che provengono dalla popolazione, ma soprattutto per le prospettive di sviluppo economico molto convenienti per loro, così come per il resto dell’area Balcanica. I parametri macroeconomici, in linea con quanto richiesto dai principi di Copenhagen, e i conseguenti miglioramenti degli standard di vita riscontrati sono l’emblema di questa volontà condivisa.
Tuttavia si deve evidenziare la differenza tra i due Paesi: il Montenegro, con la sua full membership nella NATO, presenta spinte verso l’integrazione europea più forti rispetto a quelle che si possono riscontrare in Serbia, dove i legami con il mondo russo si fanno ancora sentire e dove persistono elementi di euroscetticismo.
Inoltre, l’appartenenza all’UE porta con sé un significato di stabilizzazione dei confini: il Montenegro è pienamente in linea con questo processo, avendo ottenuto da poco la sua indipendenza ed essendo intenzionato a mantenere lo status quo; per la Serbia la situazione è invece differente, in quanto gli spettri dei due conflitti degli anni ’90 e i relativi contenziosi territoriali rappresentano ferite ancora troppo recenti. Per questi motivi, ritengo che la previsione dell’UE possa essere realizzabile più per il Montenegro che per la Serbia. Per quanto riguarda gli altri Paesi, personalmente vedo dei passi in avanti enormi: prendendo ad esempio l’Albania, essa ha registrato una crescita economica al pari di Montenegro e Serbia e la popolazione considera l’appartenenza all’Occidente un legame molto forte, molto di più di quanto la considerino i serbi.

Il popolo albanese e il popolo serbo possono coesistere in una realtà come l’UE?

Il popolo serbo e quello albanese non hanno scelta se non quella di dover coesistere insieme per evitare la guerra e questa coesistenza sembra possibile solo all’interno dell’UE, l’unica via per garantirsi pace e sviluppo. Fuori dal quadro dell’UE come potrebbero essere risolte le annose questioni territoriali che caratterizzano questi due Stati? Lo stato nazionale di certo non può essere il futuro in quanto ha prodotto solo guerre. Quindi non vedo un altro quadro di riferimento oltre all’Unione Europea per risolvere queste dispute e rendere possibile una convivenza fra popoli in contrasto come quello serbo e albanese. Per esempio, la questione del Kosovo è una delle tante questioni nazionali che può essere sciolta solo all’interno del quadro europeo: dipenderà da quanto l’opinione pubblica serba e la classe politica riusciranno a vedere l’UE come una soluzione per la questione del Kosovo e non invece un elemento di disturbo di progetti nazionali.

La Turchia è fra i tre Paesi candidati per l’ingresso nell’UE, eppure negli ultimi anni il processo di adesione pare aver subito un rallentamento. Come può essere interpretata questa frenata? La Turchia vuole ancora entrare nell’UE o i suoi interessi sono cambiati?

Negli ultimi anni ci sono stati eventi che hanno cambiato lo scenario politico sia interno alla Turchia sia a livello internazionale. Mi riferisco all’involuzione autoritaria interna del Paese dopo il fallito colpo di stato e alle tensioni createsi all’interno dell’Alleanza Atlantica tra Ankara e Stati Uniti. La Turchia ha dato la sensazione di essersi allontanata dalla solidarietà occidentale dopo il coinvolgimento nella guerra civile siriana ed entrambi questi fattori hanno indubbiamente giocato un ruolo fondamentale nel rallentare il processo di adesione. Questo tuttavia non è stato totalmente abbandonato: di recente sembra si sia ripreso il dialogo tra  l’UE e Ankara per un futuro accesso della Turchia nell’Unione. Non credo possa essere un qualcosa di immediato. Nonostante negli anni ’80-’90 sembrasse un traguardo raggiungibile, ad oggi credo sia più realizzabile l’ingresso di Paesi come il Montenegro. Ora le condizioni sono diverse, ma ciò che è mutato non sono gli interessi della Turchia, bensì gli scenari della politica internazionale.

Non crede che se il processo di allargamento dell’UE nei Balcani dovesse rallentare altre potenze come Russia e Cina potrebbero cogliere l’occasione per sostituirsi all’Unione come potenze di riferimento per i paesi balcanici?

Non c’è dubbio, ma questo processo non avverrebbe solo nei Paesi Balcanici ma anche all’interno dell’UE stessa. Si tratta di un processo già in atto che non credo, però, possa portare alla sostituzione dell’Unione Europea. Temo invece, che possa portare a un indebolimento dei valori occidentali sui quali è costruita la nostra società. La Cina è presente da lungo tempo in Europa, sin dagli anni ’70. Oggi lo è ancora di più e continua a perseguire i suoi obiettivi di espansione economica. Certamente in tempi brevi  la potenza cinese non si sostituirà agli USA/UE ma c’è un tentativo di Pechino di estendere la sua influenza e un parallelo tentativo di Mosca di riguadagnarla. Il timore maggiore è, quindi, quello legato ai valori. A lungo andare l’avvicinamento con la Russia o con la Cina, posto che la situazione rimanga invariata, può causare un indebolimento dei valori e dei principi fondamentali sui quali posa l’UE. Questi sono anche i principi fondamentali della nostra cultura europea: democrazia, libertà e diritti.

Marta Lops, Giovanni Maria Ficarra, Sonia Nociforo, Carolina Gonzalez Rodriguez, Nicolò Rascaglia

Autore dell'articolo: LabEuropa

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