Interviste

Impatto del Covid-19 sulla crisi migratoria: Intervista al prof. Francesco Battaglia

Francesco Battaglia è attualmente docente di “Diritto e istituzioni dell’Unione Europea” e “Diritto e politiche dell’Unione europea” nei corsi di laurea in Scienze politiche e relazioni Internazionali, Relazioni Internazionali e Scienze della Politica presso il Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università Sapienza di Roma. In questa intervista il professor Battaglia ha risposto ad alcune domande sull’impatto che ha avuto il covid-19 sulla crisi migratoria.   

La questione migratoria è il tema principale delle riunioni dell’UE ormai da molti anni, ancor prima che la pandemia ci colpisse. Quanto ha influito la crisi da Covid-19 sulle condizioni già precarie dell’ondata migratoria verso l’Unione Europea?

“La crisi pandemica in termini generali ha avuto un effetto limitativo su tutti i tipi di immigrazioni, migrazioni regolari da Stati terzi verso l’Unione europea, migrazioni per protezione internazionale, ed infine, intraeuropea fra Stati membri. La protezione internazionale è sicuramente l’aspetto più colpito dalla crisi pandemica in termini negativi, avendo questa esasperato un campo già in crisi, da quasi un decennio. Diverse risoluzioni del Parlamento europeo già nei primi mesi di crisi pandemica sollecitavano gli Stati membri a non limitare la protezione internazionale in termini di richieste, ma anzi il contrario. Il patto sulle migrazioni del 2020, risultato di un lungo compromesso, è un documento programmatico che presenta tante ombre, rispondendo solo in parte alla situazione che si è creata nell’ambito della protezione internazionale. Per avere un dato: negli ultimi dieci anni si sono affermati come strumento di contrasto all’immigrazione numerosi Stati, proprio dentro i confini Schengen.”

Lo scorso 23 dicembre 2020 il campo profughi di Lipa, in Bosnia Erzegovina è salito agli onori di cronaca a causa di un violento incendio che ha raso al suolo l’intero campo, provocando un disastro a livello umanitario proprio alle porte dell’Europa. Molti dei paesi della cosiddetta rotta Balcanica oppongono numerose barriere ed ostacoli ai migranti. L’Europa di fronte a ciò come si comporta?

“Tutti i paesi della rotta menzionata hanno fatto domanda per entrare nell’Unione Europea, e questo è un dato non trascurabile. L’Unione stessa fa un controllo e valutazione per quanto riguarda il comportamento di questi Stati in materia di migrazione. La prassi di respingere i migranti richiedenti o di chiuderli in dei campi al confine dell’Europa in attesa per mesi, o peggio anni del loro ingresso in uno degli Stati membri dell’Unione non è legittimo. I limiti posti dall’Ungheria in risposta anche a situazioni emergenziali sono stati condannati dalla Corte di giustizia europea. Fenomeni non tollerabili che l’Unione valuta in funzione alla domanda d’adesione, ovviamente la tutela dello Stato di diritto e dei diritti umani sono alla base e fondamentali nei negoziati per valutare l’adesione, in rispetto all’articolo 49 e all’articolo 2 del Trattato sull’Unione europea. Stato di diritto in quanto si deve avere il diritto che la propria domanda sia valutata da un’autorità imparziale e, se respinta, che ci sia la possibilità di presentare ricorso ad un’autorità autonoma ed indipendente. I diritti umani riguardano tutto ciò che riguarda la tutela della persona interessata. La Turchia costituisce un riferimento molto importante quando si parla di gestione dei flussi migratori ed Unione europea.”

A oggi deve essere rafforzata la cooperazione con la Turchia per quanto riguarda la lotta contro la migrazione illegale? Quali sono inoltre gli aspetti controversi della Dichiarazione Ue-Turchia del 2016?

“Sotto il profilo giuridico la domanda a cui dobbiamo rispondere è cosa sia quello statement che comunemente conosciamo come dichiarazione UE-Turchia. Ancora non lo sappiamo con esattezza. Sappiamo che è uno strumento che ha incoraggiato l’esborso di una cifra considerevole dall’Unione europea alla Turchia, stiamo parlando di quasi sei miliardi di euro. Sappiamo quanto è costato all’Unione europea. Sull’efficacia ci potremmo interrogare, ma di base ha ridotto i flussi migratori dalla Turchia verso l’Unione europea e verso la Grecia, in primo luogo. In determinati periodi è stato oggetto di un certo contrasto tra Unione europea e Turchia. Ricordiamo che a settembre del 2020 il governo turco ha utilizzato la questione migratoria come forma di repressione per politica in confronto all’UE. Nella primavera del 2020 il governo turco ha affermato che l’Unione europea non ha rispettato l’accordo del 2016 e su questo ha deciso di “aprire le porte”; ci sono stati negoziati e un altro esborso di 5 milioni di euro verso la Turchia. La situazione si è normalizzata però non si è stabilizzata.
Rispetto alla questione della tutela dei diritti umani, la dichiarazione e questo tipo di collaborazione pongono numerosi problemi. La dichiarazione Ue-Turchia è un atto che si inserisce nell’ambito di una linea politica chiara dell’Unione europea che è quella dell’esternalizzazione, principio che troviamo anche nel patto sull’immigrazione. L’esternalizzazione è lasciare all’esterno determinati problemi e quindi fare accordi con Paesi terzi perché aiutino l’Unione europea nella gestione dei flussi migratori. Le criticità sono molte sia politiche che giuridiche.”

Quali sono stati gli interventi dell’UE in Libia in relazione alla rotta mediterranea?

“Anche in Libia troviamo lo stesso problema, l’idea è quella di esternalizzare. In Libia però c’è un problema ulteriore legato alla statualità. Mentre in Turchia abbiamo uno Stato con cui confrontarci, in Libia tutto questo non c’è. Questo porta problematiche sotto il profilo della gestione del fenomeno migratorio su quella tratta. Il patto sulle migrazioni del 2020, documento molto complesso quanto importante, è basato su tre pilastri che sono la dimensione esterna (quindi rafforzare i rapporti con i paesi di origine e di transito), il controllo delle frontiere esterne e la solidarietà. La dimensione esterna, quando andiamo a guardare l’asse del Mediterraneo centrale, richiede una collaborazione con la Libia che è il principale paese di transito. Finché però in Libia ci saranno situazioni sotto il profilo della statualità, quale è quella attuale, sarà difficile riuscire a trovare una soluzione praticabile perché non potremo mai avere certezza di quella che è la condizione cui sono sottoposte le persone che si trovano in Libia o che vengono respinte verso la Libia una volta che si trovano su quel territorio. L’aspetto della statualità è un aspetto preliminare del diritto internazionale e viene prima rispetto al chiedersi se uno Stato sia più o meno democratico o se tutela o meno i diritti umani.”

A fine anno 2020 si è verificato un tragico incidente in un campo profughi che si trovava in confine europeo e la scorsa settimana un barcone è affondato nel tentativo di raggiungere l’Europa. Cosa sta facendo nella pratica l’Europa per risolvere questi disastri umanitari?  

“Le scene alle quali purtroppo ci siamo abituati sono tragiche, frutto di una situazione cristallizzata, a cui l’Unione non riesce a trovare situazione. Non si possono respingere le persone alla frontiera senza dargli l’opportunità di richiedere delle protezioni internazionali, ed inoltre, dovremmo capire che quando si parla di immigrazioni, le persone che arrivano in Stati terzi, non sono interessati ai singoli paesi in quanto tali, ma in quanto Paesi membri dell’Unione Europea, percependo la questione in questi termini di condivisione. Nel Trattato sul Funzionamento dell’Enione europea, nel Titolo V dedicato allo spazio di libertà, sicurezza e giustizia, al capo secondo esiste l’articolo 80, dove si parla di solidarietà ed equa ripartizione della responsabilità tra Stati membri, anche sul piano finanziario. Purtroppo, la strada giusta non è ancora certa, anche nel patto sulle migrazioni. Benché contenga un richiamo al principio di solidarietà, questa viene considerata flessibile, quasi volontaria, dove le modalità di attuazione del principio sono varie ed a scelta degli Stati. Come risolvere? Attuando veramente il principio di solidarietà nella sua vera forma ed affrontando un altro tema, che oggi sembra quasi essere un tabù: l’accesso tramite vie legali. Lo strumento più efficace per consentire l’accesso attraverso vie legali ai migranti, limitando così anche il traffico di esseri umani. Ma anche qui siamo lontani da una soluzione soddisfacente.”

Benedetta Gagliassi, Vjola Brahushi

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