Intervista al prof. Sandro Guerrieri sul futuro dell’Europa

In vista delle sempre più vicine elezioni europee, abbiamo intervistato il professor Sandro Guerrieri, docente di Storia delle Istituzioni Politiche italiane ed europee e di Storia della Pubblica Amministrazione e presso l’Università di Roma “La Sapienza”, per cercare di fare chiarezza su alcune delle questioni fondamentali di cui si dibatte nell’ultimo periodo.

Quali pensa siano le cause dello sviluppo dei movimenti euroscettici in questo momento storico?

Le pesanti risposte, in termini di costi sociali, a una serie di questioni emerse con la crisi economica dell’ultimo decennio hanno generato un’ondata di malessere, alimentando movimenti di contestazione; si pensi in particolare al modo in cui è stato affrontato negli anni scorsi il caso della Grecia. Anche la difficoltà di fornire una risposta comune alla questione dell’immigrazione ha contribuito alla rinascita di sentimenti nazionalistici. Inoltre, a livello sovranazionale i cittadini non hanno avuto la percezione che vi fosse l’effettiva possibilità di scegliere tra diverse politiche europee, optando ad esempio per un’idea di Europa più orientata al sociale. È sembrato che l’alternativa si riducesse semplicemente allo “stare con l’Europa” o allo “schierarsi contro l’Europa”.  

Assisteremo ad una loro vittoria o ad una rinascita del sentimento europeista?

È sempre difficile prevedere con sicurezza il futuro e solitamente quando gli storici si spingono troppo in questa direzione finisce che raramente ci azzeccano. Per altro, negli ultimi anni si è avuta la conferma che in questo sono in ottima compagnia: quanti economisti avevano previsto lo scoppio della crisi economica nel 2007 e le sue conseguenze globali? Quanti politologi la vittoria di Trump? Detto questo, l’avanzata dei movimenti euroscettici ci sarà, ma lo scenario più probabile è che sarà contrastata dal mantenimento di un blocco europeista maggioritario (seppure di dimensioni ridotte) composto dal partito popolare, socialista, liberal-democratico e dai verdi.

Cosa può fare l’Ue per far sì che i cittadini europei modifichino la loro opinione nei suoi confronti?

Ad oggi, vista l’importanza che riveste la dimensione intergovernativa, per orientare le scelte europee i cittadini prediligono le elezioni nazionali, che continuano ad essere il centro del dibattito politico; per di più i governi incolpano l’Unione europea per le decisioni impopolari, alimentando la percezione negativa dei cittadini. Si dovrebbe, quindi, garantire maggiore informazione e visibilità alle priorità dell’Unione e fare in modo che i cittadini abbiano la percezione che il loro voto conti davvero nella scelta delle politiche europee proprio al momento del voto europeo.  

E per rendere le sue istituzioni più democratiche e i cittadini più partecipi?

Il Parlamento europeo ha conosciuto un costante incremento dei suoi poteri, ma occorrerebbe sicuramente attribuirgliene degli altri: dovrebbe esercitare un ruolo più importante nella governance dell’Eurozona e acquisire un potere di iniziativa legislativa diretta, una funzione fondamentale nella storia dei parlamenti, ma che a livello europeo è ancora formalmente prerogativa della Commissione.
Inoltre, i partiti europei dovrebbero essere veramente tali, con strutture e programmi realmente europei. Quando sembrava che il balletto sulla Brexit si dovesse concludere prima delle elezioni, era stata ventilata la possibilità che una parte dei seggi attribuiti al Regno Unito fosse utilizzata per la creazione di liste partitiche transnazionali. È paradossale che questa idea sia stata bocciata.

Quanto pensa siano importanti le politiche ambientali per coinvolgere l’elettorato giovanile?

L’Ue è l’area del mondo che più si sta dando da fare in questo senso, avviando politiche e ponendo obiettivi piuttosto avanzati; sicuramente si potrebbe fare di più, con interventi comuni e attraverso una più stretta collaborazione tra gli Stati membri. D’altra parte, i giovani dovrebbero mobilitarsi con più costanza e non in maniera episodica, come è avvenuto di recente grazie alla lodevole iniziativa di Greta Thunberg. Solo con una pressione continua le nuove generazioni potranno far sentire la loro voce a livello europeo e promuovere una politica “youth oriented”.

Cosa ha funzionato e cosa no nel processo di integrazione europea?

Sicuramente ha funzionato la creazione del mercato unico europeo che ha portato alla cooperazione pacifica tra popoli che nei decenni precedenti si erano confrontati nelle trincee o con i carri armati. Un ulteriore successo, con qualche sensibile differenza peraltro da paese a paese, sono state le politiche connesse ai fondi strutturali, che hanno dato un aiuto effettivo a diversi Stati e aree regionali. L’unione monetaria, invece, è stata di certo un grande passaggio, ma dovrà essere completata da un’unione più politica.

Quali prospettive future intravede per l’Unione europea?

Una direttrice profilatasi all’inizio dell’anno con il Trattato di Aquisgrana è la riattivazione dell’intesa franco-tedesca, che dovrà misurarsi con diversi nodi difficili, tra cui quello della presidenza della prossima Commissione europea.  In parte collegata alla possibile rivitalizzazione di questa intesa è la questione di un maggiore grado di differenziazione all’interno dell’Unione tra i paesi più determinati a procedere nella direzione dell’integrazione e quelli invece più restii. Certo è che nel nuovo scenario geopolitico dominato da Stati Uniti, Cina e Russia lo sviluppo di azioni comuni, di tutta l’Unione o di un suo nucleo consistente, sarà sempre più necessario se l’Europa vorrà conservare un ruolo significativo.  Rifiutando la prospettiva europea, paesi come l’Italia o l’Ungheria difficilmente potrebbero influire sulle dinamiche internazionali. Il recupero della sovranità nazionale sarebbe illusorio, come probabilmente sperimenterà lo stesso Regno Unito post-Brexit sempre che rimanga unito.

Ludovica Fiorentini, Mohamud Hussein, Tharindu Sangeeth Maddumage, Alessandra Paolone

Autore dell'articolo: LabEuropa

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