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Intervista al Prof. Sandro Guerrieri: “L’Unione europea funziona quando si trovano soluzioni che rappresentino un valore aggiunto rispetto alle politiche e alle linee di condotta seguite dai singoli governi”

A che punto siamo con il processo di integrazione europea? Quale sarà il futuro dell’Unione nei prossimi anni? Ne abbiamo parlato con il prof. Sandro Guerrieri docente di Storia delle istituzioni italiane ed europee presso il Dipartimento di Scienze Politiche della Sapienza Università di Roma.

A che punto è l’integrazione europea ora? È ragionevole pensare a nuovi allargamenti in uno scenario in cui alcuni paesi sembrano più propensi ad abbandonare l’Unione?

Tempo fa, intervenendo alla presentazione di un libro intitolato L’Europa adulta. Attori, ragioni e sfide dall’Atto Unico alla Brexit, curato da Elena Calandri, Giuliana Laschi e Simone Paoli, mi venne naturale porre questa domanda: in quale specifico momento della vita adulta si trova l’Unione europea? La risposta non può che essere diversificata a seconda del settore che vogliamo prendere in esame. Nel caso del mercato unico, siamo nella piena maturità; se guardiamo all’unione economica e monetaria, sono stati compiuti grandi passi in avanti in campo monetario, ma si è proceduto con più fatica sul piano del coordinamento economico; se ci soffermiamo sulla politica estera e di sicurezza comune, temo che siamo ancora in una fase che si potrebbe definire di “adolescenza prolungata”, perché in realtà, come si è visto di recente di fronte al conflitto israeliano-palestinese, l’Unione europea stenta a parlare con una sola voce e a farsi ascoltare.  Mi auguro che la Conferenza sul Futuro dell’Europa, che si è aperta alcune settimane fa, possa contribuire a una riflessione su come far approdare la UE alla fase adulta in tutti i suoi campi di intervento. Un approdo di questo tipo consentirebbe di assorbire meglio anche possibili allargamenti futuri.

Quali sono secondo lei i principali ostacoli all’integrazione europea al giorno d’oggi? Quali circostanze hanno contribuito al farli mutare rispetto al passato?

Un evidente ostacolo si presenta quando i legittimi interessi nazionali prendono la forma di egoismi nazionali meno legittimi che fanno perdere di vista il comune interesse europeo. L’Unione europea funziona quando si trovano soluzioni che rappresentino un valore aggiunto rispetto alle politiche e alle linee di condotta seguite dai singoli governi. Occorre rendere più funzionale il sistema decisionale, e fare in modo che i valori dell’Europa, a cominciare dalla difesa dello Stato di diritto, vengano sempre promossi e difesi.  Il grande allargamento che ha fatto seguito al crollo del blocco sovietico ha reso più difficile la ricerca di punti di convergenza, e paesi come la Polonia e l’Ungheria si stanno allontanando da alcune delle basi fondamentali dell’UE in tema di separazione dei poteri e rispetto dei diritti dei cittadini. L’Unione non deve però mostrare cedimenti quando si tratta di difendere lo Stato di diritto. Ne deriverebbe una perdita di credibilità di fronte ai suoi cittadini e al resto del mondo.

In che ottica si può pensare ad una ricostruzione europea? Da dove si dovrebbe partire e quale obiettivo bisognerebbe avere?

La “ricostruzione” può essere intesa innanzitutto come la capacità di fuoriuscire dall’emergenza che stiamo vivendo, un po’ come è stata la ricostruzione postbellica dopo la seconda guerra mondiale. L’emergenza pandemica ha messo in luce ancora una volta la necessità di avere uno spirito solidale che rivesta una funzione centrale nel sistema di governo dell’Unione. Di fronte alla pandemia, l’Unione europea ha capito che non poteva replicare gli errori commessi nell’affrontare la crisi economica iniziata nel 2007/2008, quando è intervenuta in ritardo e con strumenti che hanno avuto forti costi sociali. Il piano NextGenerationEU è destinato a favorire un importante rilancio dell’economia. Ed è fondamentale che questo avvenga nella piena assunzione delle priorità ambientali. L’uscita di scena di un negazionista come Donald Trump apre in quest’ambito cruciale nuovi scenari di intervento sul piano mondiale. All’interno dell’Unione si dovranno inoltre sviluppare maggiori sinergie sul piano sanitario. Nel 1978 in Italia abbiamo creato il Servizio Sanitario Nazionale: forse è troppo presto per pensare ad un servizio sanitario europeo, ma ci dovrà essere una maggiore capacità di collaborazione fra Stati e un maggiore intervento delle istituzioni comuni in relazione ai rischi futuri. L’emergenza pandemica deve condurre la UE ad attrezzarsi per poter affrontare nuove possibili minacce alla salute. Tutto questo richiede strumenti e istituzioni adeguate.

La pandemia ha contribuito ad unire i cittadini o è stata un elemento un elemento di divisione?

Direi che all’inizio ha introdotto un ulteriore elemento di divisione, perché l’Unione Europea ha impiegato un po’ di tempo prima di rispondere in maniera coordinata ed efficace. C’è stato un momento, all’inizio di tutta questa vicenda, in cui sembrava che gli egoismi nazionali avessero la meglio. Gli anti-europeisti e gli euroscettici ne hanno subito approfittato per martellare l’opinione pubblica con una sorta di: “noi ve l’avevamo detto”. Questa immagine si è però nettamente modificata quando l’Unione ha mostrato una capacità d’intervento ben superiore rispetto al passato. Nel settantesimo anniversario della Dichiarazione Schuman, è riemerso un po’ lo spirito di quell’atto fondativo dell’integrazione europea, e cioè la necessità di dar vita a una “solidarietà di fatto” che creassero un tessuto unitario tra i vari paesi. Questa nuova capacità di intervento dell’Unione ha avuto conseguenze molto importanti per paesi come l’Italia che hanno un maggiore bisogno di fondi. Certo, ora occorrerà vedere come saranno gestiti questi fondi nella fase della ripresa. Si dovrà dimostrare di saper gestire al meglio le risorse acquisite. Se questo avverrà, aumenterà il consenso verso le istituzioni europee. È una sfida aperta. Per il momento si registra una quanto meno apparente conversione all’europeismo da parte di forze che fino a tempi recenti erano più propense a esaltare le magnifiche sorti e progressive del sovranismo. Con la sconfitta di Trump, la magnificenza di queste sorti è apparsa del resto meno evidente.

È necessario rivedere il sistema decisionale dell’UE?

La Conferenza sul futuro dell’Europa dovrebbe condurre anche a proposte di miglioramento del sistema istituzionale europeo. Abbiamo  avuto nei decenni passati un lungo ciclo di riforme, aperto dall’Atto Unico europeo del 1986, continuato con i Trattati di Maastricht (1992), Amsterdam (1997) e Nizza (2001),  e terminato con il Trattato di Lisbona del 2007. Successivamente, vi sono stati vari interventi in merito ai meccanismi di gestione della crisi economico-finanziaria, ma è mancata una nuova visione di insieme. A quattordici anni di distanza dal Trattato di Lisbona, mi sembra indispensabile tornare a ragionare anche su come perfezionare gli assetti istituzionali.  Come amava ripetere Jean Monnet quando era alla guida del primo esecutivo comunitario, l’Alta Autorità della CECA, “solo una meta comune, regole comuni, istituzioni comuni, possono permetterci di riprendere fiducia”

Maria Vittoria Massarin, Rexhina Oshafi 

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